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	<title>Fulvio Scaglione - Giornalista &#187; Africa</title>
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		<title>NIGERIA, L&#8217;ULTIMA SPIAGGIA DI AL QAEDA</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’esasperazione per un regime tra i più corrotti del mondo. Lo status di prima potenza petrolifera dell’Africa (sesta del mondo) che resta appannaggio di pochi e non si traduce in benessere diffuso. La politica ondivaga di un Governo debole, che di colpo ha raddoppiato il prezzo della benzina, devastando il bilancio già risicato di milioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’esasperazione per un regime tra i più corrotti del mondo. Lo status di prima potenza petrolifera dell’Africa (sesta del mondo) che resta appannaggio di pochi e non si traduce in benessere diffuso. La politica ondivaga di un Governo debole, che di colpo ha raddoppiato il prezzo della benzina, devastando il bilancio già risicato di milioni di famiglie. E, certo, la mai sopita <strong>intolleranza della maggioranza islamica verso i cristiani </strong>che, almeno per numero (sono il 40% della popolazione), non possono essere considerati né chiamati “minoranza”.</p>
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<div id="attachment_13502" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/nige.jpg"><img class="size-full wp-image-13502" title="nige" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/nige.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a></strong><p class="wp-caption-text">Un&#39;immagine scattata a Kano (Nigeria) nel giorno delle stragi di Boko Haram.</p></div>
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<p><strong>Questa è la Nigeria. C’è qualcosa di tutto questo nel motore che anima le stragi compiute dai miliziani della setta islamista Boko Haram e garantisce loro vaste complicità nelle regioni del Nord.</strong> Ma l’ampiezza degli attacchi (Boko Haram intraprese la lotta armata nel 2004 e da allora ha ucciso circa 1.200 persone), la loro frequenza in costante aumento (almeno 350 morti nel solo periodo da Natale alle stragi di ieri a <strong>Tafawa Balewa,</strong> passando per l&#8217;orrendo massacro di <strong>Kano</strong>) e la meticolosa pianificazione degli attacchi suicidi ci dicono che negli ultimi tempi qualcosa è cambiato. La situazione locale, nazionale, non basta più a spiegare l’orrore in cui precipita la Nigeria e l’incubo quotidiano che vivono i suoi cristiani.</p>
<p><strong>La Nigeria, in realtà, è la tappa più recente di quel continuo migrare a cui il terrorismo islamico organizzato ci ha ormai abituati. </strong>Attaccati dieci anni fa nei santuari in Afghanistan, Al Qaeda e i suoi accoliti si sono spostati prima in Asia, poi in Africa del Nord. Inseguiti e colpiti passo passo, si sono sempre mossi con astuzia, cercando l’ambiente giusto dove rifugiarsi e da cui riprendere a colpire.</p>
<p><strong>Nel Maghreb hanno resistito per anni, dal 2004 al 2010, prima come Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, poi come Aqmi (Al Qaeda per il Maghreb islamico).</strong> Hanno messo a segno, soprattutto in Algeria ma anche in Mauritania, Mali e Niger, una lunga serie di attacchi suicidi e sequestri di persona a scopo di finanziamento. Molti ritengono che sia stato ancora l’Aqmi a catturare, nell’ottobre scorso, la cooperante italiana <strong>Rossella Urru.</strong></p>
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<div id="attachment_13511" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/aqmi.jpg"><img class="size-full wp-image-13511" title="aqmi" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/aqmi.jpg" alt="" width="300" height="269" /></a></strong><p class="wp-caption-text">Le regioni dell&#39;Africa dove più spesso colpiva l&#39;Aqmi (Al Qaeda per il Maghreb islamico).</p></div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Con il tempo, però, anche il Maghreb è diventato troppo piccolo per gli epigoni di Bin Laden.</strong> La repressione dell’esercito algerino, le attività d’<em>intelligence</em> dei servizi segreti di Usa, Francia e Italia, e il mutato clima politico (con molti movimenti islamici impegnati a darsi una veste più “istituzionale” e credibile, di fronte ai mutamenti sociali in atto), li ha messi all’angolo. Sempre più militanti arrestati, sempre meno attentati a segno, finanziamenti ormai difficili e scarsi.</p>
<p><strong>Così i residui gruppi armati hanno affrontato una nuova migrazione: verso Sud, fino appunto alla Nigeria e all’alleanza con la setta autoctona Boko Haram. </strong>Proprio da quel momento, verso la fine del 2010, il gruppo nigeriano, che prima aveva subito duri colpi, compresa l’uccisione del fondatore Ustaz Mohammed Yusuf nel 2009, diventa più micidiale e crudele: come se al suo radicamento sul territorio si fosse aggiunta una competenza terroristica nuova, portata appunto in dote dai fuggitivi dell’Aqmi.</p>
<p>E’ vano aspettarsi, nell’immediato, una reazione efficace del Governo nigeriano e di un presidente come Goodluck Johnson, cristiano ma sin troppo impegnato a rendersi accetto alla maggioranza islamica del Nord per intervenire con decisione a protezione dei cristiani del Sud. La trincea ultima si chiama <strong>shari’a.</strong> Uno delle bandiere di Boko Haram è l’introduzione della legge islamica in tutti i 36 stati che formano la Nigeria. Per il momento essa vige in 12 Stati: in 9 a pieno titolo, in altri 3 solo per le aree a maggioranza islamica. Qualunque cedimento, ora, sarebbe una resa ai terroristi.</p>
<p>Pubblicato sull&#8217;<a href="http://www.eco.bg.it" target="_blank">Eco di Bergamo</a> del 22 gennaio 2012</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>SAHEL, UN&#8217;ALTRA TRAGEDIA ANNUNCIATA</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 16:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[2005, 2009, 2010. Anni che le popolazioni del Sahel, la grande fascia semi-desertica che corre, in Africa, dal Senegal all’Eritrea e quindi dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso, non possono dimenticare perché segnate da alcune delle più spaventose carestie che la storia moderna ricordi. Date che ricordano loro un altro dato spaventoso: a dispetto delle analisi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>2005, 2009, 2010. Anni che le popolazioni del Sahel, la grande fascia semi-desertica che corre, in Africa, <strong>dal Senegal all’Eritrea e quindi dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso, </strong>non possono dimenticare perché segnate da alcune delle più spaventose carestie che la storia moderna ricordi. Date che ricordano loro un altro dato spaventoso: a dispetto delle analisi più raffinate e degli allarmi più precoci, le crisi agricole e alimentari si fanno ancora più frequenti e l’intervallo tra l’una e l’altra sempre meno ampio.</p>
<p><span id="more-13239"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/africa.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-13244" title="africa" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/africa.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a></p>
<p><strong>Non c’è molto da imparare, ormai, sulla meccanica di queste emergenze. A innescarle, in queste regioni dell’Africa, è sempre la stessa combinazione di fattori: </strong>piogge ridotte, esaurimento delle scorte d’acqua, malattie del bestiame. E quindi devastazione della poca vegetazione, dispersione della pastorizia, immiserimento dell’agricoltura. Così, nel Sahel, il raccolto di cereali è calato bruscamente del 25% tra 2010 e 2011 e la gente ormai sopravvive consumando le ultime scorte. Se a questo si aggiunge il ritorno in patria di migliaia di lavoratori che da Paesi come Niger e Senegal erano emigrati in Libia, e quindi la fine di preziose rimesse in contanti, diventa facile capire le previsioni che parlano di milioni di persone (da 5 a 7, secondo le fonti, e tra loro almeno un milione di bambini) a rischio di morte per fame nei prossimi mesi.</p>
<p><strong>Il tempo dei pronostici, però, è già finito. Ora conta solo muoversi e attrezzarsi:</strong> creare scorte di cereali e acqua, preparare ambulatori mobili. E organizzarsi per ridurre gli effetti di una crisi umanitaria che, per le condizioni in cui rischia di esplodere, potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di assai più drammatico e complicato. A Est, laddove il Sahel comprende vaste aree di Sudan ed Eritrea, <strong>si potrebbe creare una saldatura con l’analoga crisi in corso già da molti mesi nel Corno d’Africa. </strong>Qui è già difficile intervenire ora, a causa delle violenze in Somalia e altrove. Domani potrebbe essere impossibile, considerata la natura del regime eritreo.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sahelok.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-13669" title="sahelok" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/sahelok-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Procedendo verso Ovest, in Paesi come Ciad, Niger, Mali e Mauritania, i convogli dei soccorsi potrebbero diventare un ghiotto obiettivo per le incursioni dei predoni</strong> che, negli ultimi anni, hanno messo a segno decine di rapimenti e scorrerie a scopo di riscatto. Attività criminali che hanno spesso rivelato la firma dell’Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), gli epigoni di Osama Benladen che hanno realizzato molti colpi feroci nell’Africa del Nord.</p>
<p><strong>Nel 2011 l’Aqmi è stato molto ridimensionato dalle forse dell’ordine locali e dalla preziosa attività di <em>intelligence</em> di alcune polizie occidentali.</strong> I terroristi superstiti, però, hanno cominciato a migrare verso Sud, attraversando proprio il Sahel per approfittare della rete di basi e appoggi di cui godono appunto i predoni e altri <a title="NIGERIA: LA JIHAD DI BOKO HARAM" href="http://www.fulvioscaglione.com/index.php/africa/nigeria-la-jihad-di-boko-haram/"><strong>gruppi dell’islamismo armato come Boko Haram in Nigeria.</strong></a> Stazionano, insomma, proprio nelle aree che saranno più colpite dalla crisi alimentare, si nascondono nelle città dove più massiccio sarà l’afflusso dei profughi scampati al disastro delle campagne.</p>
<p><strong>Il potenziale distruttivo di una simile situazione è più che evidente.</strong> Non resta che agire e, fin dove lo permetterà la difficile situazione economica che investe anche i nostri Paesi, intervenire per aiutare le organizzazioni umanitarie che già si stanno muovendo. Un buon esempio, quanto a prontezza, lo ha dato una volta tanto <strong>l’Unione Europea, che ha versato 10 milioni all’Unicef </strong>che, a sua volta, ne chiede 51 per provare a salvare un milione di bambini. Il tempo, almeno quello delle parole, è già scaduto.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 4 gennaio 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>NIGERIA: LA JIHAD DI BOKO HARAM</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 14:39:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Boko Haram (che alla lettera significa &#8220;L&#8217;educazione occidentale è peccato&#8221;), la setta islamica armata che ha lanciato un ultimatum ai cristiani della Nigeria, che dovrebbero lasciare il Paese entro tre giorni pena la morte,  è stata fondato nel 2002 da Ustaz Mohammed Yusuf, un imam nigeriano che l&#8217;ha guidata fino al 2009, quando fu ucciso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Boko Haram (che alla lettera significa &#8220;L&#8217;educazione occidentale è peccato&#8221;), la setta islamica armata che ha lanciato un ultimatum ai cristiani della Nigeria, che dovrebbero lasciare il Paese entro tre giorni pena la morte, <strong> è stata fondato nel 2002 da </strong><strong>Ustaz Mohammed Yusuf,</strong> un imam nigeriano che l&#8217;ha guidata fino al 2009, quando fu ucciso durante un tentativo di fuga seguito al suo arresto.</p>
<p><span id="more-13231"></span></p>
<div id="attachment_13234" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/nigeriaxxxx.jpg"><img class="size-full wp-image-13234" title="nigeriaxxxx" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/nigeriaxxxx.jpg" alt="" width="300" height="227" /></a><p class="wp-caption-text">Le vittime mdi uno degli attentati di Boko Haram contro i cristiani in Nigeria.</p></div>
<p>Dal 2004, cioè da quando decise di intraprendere la lotta armata, <strong>la setta ha ucciso almeno 800 persone</strong>, civili e militari, ma l’ondata di attacchi contro i cristiani lanciata ai primi di novembre e poi ancora a Natale è stata di gran lunga l’azione di maggior portata militare della sua storia di violenza.</p>
<p><strong> La “dottrina” di Ustaz Mohammed Yusuf (che i seguaci considerano risorto ma invisibile agli occhi umani) è un coacervo di teorie politiche e pseudo-scientifiche.</strong> Boko Haram, come da un’intervista rilasciata dal suo leader nel 2009 poco prima di essere ucciso, rifiuta la democrazia all’occidentale ma anche l’idea che la Terra sia rotonda, il darwinismo e non ammette che la pioggia sia la ricaduta dell’acqua evaporata al suolo.</p>
<p><strong> Ciò che più conta, però, in Nigeria e oltre, è che Boko Haram predica l’instaurazione della shar’ia (legge islamica) in tutti i 36 Stati del Paese.</strong> La chiedeva sotto la guida del fondatore, la chiede adesso che il capo è <strong>Mallam Sanni Umaru</strong>. Da notare che l’ascesa del gruppo è avvenuta proprio nei primi anni Duemila, cioè quando la shar’ia è stata introdotta in 12 Stati della Nigeria: in 9 a pieno titolo, in altri 3 con validità solo per le aree con popolazione in maggioranza musulmana.</p>
<div id="attachment_13673" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/boko-haram.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13673" title="boko-haram" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2012/01/boko-haram-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Miliziani di Boko Haram.</p></div>
<p><strong>Un retroscena inquietante dell&#8217;attuale campagna contro i cristiani è che Boko Haram </strong>sembra intrattenere rapporti sempre più stretti con l&#8217;<a href="http://www.fulvioscaglione.com/index.php/africa/al-qaeda-maghreb-punta-sulla-nigeria">Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico)</a>, la filiale dell&#8217;Africa del Nord del movimento terroristico fondato da Osama Bin Laden. Attaccato duramente nel Maghreb per tutto il 2010 <strong>(i militanti, che nel 2007 si riteneva fossero circa 30 mila, sono stati ridotti a un migliaio </strong>dalle operazioni dell’esercito algerino e dalle indagini condotte nell’area dalle polizie di Francia e Italia, e il numero degli attentati messi a segno drasticamente limitato), l&#8217;Aqmi ha cominciato a ritirarsi verso Sud e a mettersi sempre più sotto la protezione dei movimenti di guerriglia come Boko Haram, che dispongono di basi e appoggi.</p>
<p><strong>In cambio, i terroristi dell&#8217;Acqmi prestano a chi li protegge l&#8217;indubbia esperienza paramilitare</strong> maturata in lunghi anni di clandestinità e terrorismo. Ecco forse spiegata anche la recrudescenza delle stragi e lo spettro sempre più ampio delle azioni che Boko Haram conduce contro i cristiani in Nigeria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IL VECCHIO E IL NUOVO DIETRO LE BOMBE</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 19:08:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per molti popoli, purtroppo, è stato un altro Natale orrendo. In Iraq siamo ormai a 80 morti in pochi giorni, dopo le autobomba che hanno colpito luoghi ed edifici pubblici della capitale Baghdad. In Nigeria i terroristi di Boko Haram, un gruppo fondamentalista islamico che si richiama ai talebani afghani, hanno colpito le chiese proprio durante le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Per molti popoli, purtroppo, è stato un altro Natale orrendo.</strong> In Iraq siamo ormai a 80 morti in pochi giorni, dopo le autobomba che hanno colpito luoghi ed edifici pubblici della capitale <strong>Baghdad.</strong> In Nigeria i terroristi di <strong>Boko Haram,</strong> un gruppo fondamentalista islamico che si richiama ai talebani afghani, hanno colpito le chiese proprio durante le funzioni natalizie: più di 30 morti.</p>
<p><span id="more-13058"></span></p>
<div id="attachment_13060" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/nigeria.jpg"><img class="size-full wp-image-13060" title="nigeria" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/nigeria.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Le conseguenze di uno degli attentati in Nigeria.</p></div>
<div><strong>In Afghanistan almeno 20 morti a causa di un kamikaze</strong> che si è fatto esplodere tra la folla convenuta a un funerale. <strong>E in Siria, 45 morti per gli attentati </strong>che hanno sconvolto la capitale Damasco nel quartiere della grande moschea degli Omayyadi, dopo dieci mesi di proteste e rivolte che il regime di Assad sta ancora cercando di soffocare, nonostante che abbia già provocato almeno 5 mila morti. <strong>In Egitto, infine, </strong>la repressione dei militari ha fatto decine di morti proprio alla vigilia delle Feste.</div>
<div><strong>E&#8217; un prezzo tremendo. Che spinge a una domanda: dieci anni dopo l&#8217;attacco alle Torri Gemelle</strong> e la conseguente guerra contro l&#8217;Afghanistan dei talebani, e otto anni dopo l&#8217;invasione anglo-americana dell&#8217;Iraq, non è cambiato nulla? 150 mila morti (ammesso che la stima sia corretta, mentre è forse carente per difetto) tra Afghanistan e Iraq e siamo ancora allo stesso punto?</div>
<div>Il pensiero è legittimo, ma la realtà è diversa. Nelle tragedie di questi giorni possiamo  rinvenire sia i residui di errori passati non ancora risolto sia i segnali di problemi e opportunità future. <strong>E&#8217; certo crollata l&#8217;illusione, per anni coltivata dal Governo degli Usa e alimentata anche in Europa da intellettuali protervi o proni, di costruire da zero nuove democrazie</strong> usando come strumento la guerra. Quelle che governano l&#8217;Afghanistan e l&#8217;Iraq sono parodie della democrazia. Regimi che hanno preso il posto di dittature orrende ma che, nella sostanza, non controllano i rispettivi Paesi e sono la riedizione contemporanea dei &#8220;regimi fantoccio&#8221; del periodo coloniale.</div>
<div></div>
<div>
<div id="attachment_13675" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/baghdad.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-13675" title="baghdad" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/12/baghdad-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Baghdad, macerie dopo un attentato.</p></div>
<p><strong>In Iraq è bastato il ritiro delle truppe Usa per far esplodere tutte le tensioni </strong>e dar vita allo spettro di una guerra civile che, inevitabilmente, porterebbe alla frammentazione del Paese: il Kurdistan indipendente e sciiti e sunniti a contendersi il resto del territorio. L&#8217;Afghanistan ha un Presidente, Hamid Karzai, eletto tra i brogli e dotato di un&#8217;autorità che si estende poco oltre i confini della capitale Kabul, laddove è protetto dalla forza militare internazionale. Altro che democrazia&#8230;</div>
<div><strong>Anche in Nigeria si scontano problemi vecchi e mai davvero affrontati.</strong> La popolazione è quasi equamente ripartita tra cristiani e musulmani ma il Governo centrale, che ha fatto della Nigeria uno dei Paesi più corrotti al mondo, non è in grado di controllare le pulsioni fondamentaliste che animano larga parte della parte islamica della nazione.</div>
<div><strong>I terroristi di Boko Haram (il nome del gruppo vuol dire: &#8220;L&#8217;educazione occidentale è peccato&#8221;) interpretano con la violenza un sentimento abbastanza diffuso nel Nord della Nigeria,</strong> cioè il desiderio di instaurare la<strong> shar’ia (legge islamica) in tutti i 36 Stati del Paese. </strong>Sono due fenomeni che si alimentano l&#8217;un l&#8217;altro:  non a caso l&#8217;ascesa di Boko Haram è cominciata proprio nei primi anni Duemila, cioè quando la shar’ia è stata introdotta in 12 Stati della Nigeria: in 9 a pieno titolo, in altri 3 con validità solo per le aree con popolazione in maggioranza musulmana.</div>
<div><strong>Mentre forti segnali di novità arrivano, nonostante tutto, dalla Siria e dall&#8217;Egitto. Le rivolte contro i regimi di Mubarak prima e dei militari poi in Egitto, e contro quello di Assad in Siria, </strong>nascono da un&#8217;importante maturazione di masse imponenti del mondo arabo. I giovani e gli strati più istruiti di quelle popolazioni hanno visto quale vicolo cieco siano il terrorismo e il fondamentalismo e ora si battono per costruire società più democratiche ma soprattutto più aperte. <strong>Sono loro i &#8220;nemici&#8221; naturali dei talebani,</strong> di Boko Haram, dei terroristi kamikaze che sconvolgono l&#8217;Iraq e l&#8217;Afghanistan. Per questo è credibile che gli attentati di Damasco possano essere opera di Al Qaeda. Il fondamentalismo islamico tutto vuole tranne che popoli decisi a prendere in mano il proprio destino.</div>
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		<title>NIGERIA, MORTE AI CRISTIANI. E AL QAEDA&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 19:03:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono almeno 70, stando alle informazioni finora raccolte, le vittime (oltre a un centinaio di feriti) della serie di attentati che, nella Nigeria nord-orientale, sono stati lanciati contro le chiese cristiane e numerosi posti di polizia. Particolarmente toccata la città di Damaturu. Gli attacchi sono stati rivendicati da Boko Haram (alla lettera: l’educazione occidentale è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono almeno 70, stando alle informazioni finora raccolte, le vittime (oltre a un centinaio di feriti) della serie di attentati che, nella Nigeria nord-orientale, sono stati lanciati contro le chiese cristiane e numerosi posti di polizia. Particolarmente toccata la città di Damaturu. Gli attacchi sono stati rivendicati da <strong>Boko Haram </strong>(alla lettera: l’educazione occidentale è peccato), un gruppo fondamentalista islamico che sta a metà strada tra la setta e la milizia armata e che ha la sua base nella vicina città di Maiduguri.</p>
<p><span id="more-12381"></span></p>
<div id="attachment_12386" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/nige.jpg"><img class="size-full wp-image-12386" title="nige" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/nige.jpg" alt="" width="300" height="207" /></a><p class="wp-caption-text">Militanti di Boko Haram.</p></div>
<p><strong>Boko Haram è stato fondato nel 2002 da Ustaz Mohammed Yusuf</strong>, un imam nigeriano che lo ha guidato fino al 2009, quando fu ucciso durante un tentativo di fuga seguito al suo arresto. Dal 2004, cioè da quando decise di intraprendere la lotta armata, la setta ha ucciso almeno 700 persone, civili e militari, ma l&#8217;ondata di attacchi di oggi è stata di gran lunga l&#8217;azione di maggior portata militare della sua storia di violenza.</p>
<p><strong>La “dottrina” di Ustaz Mohammed Yusuf (che i seguaci considerano risorto ma invisibile) è un coacervo di teorie politiche e pseudo-scientifiche.</strong> Boko Haram, come da un’intervista rilasciata dal suo leader nel 2009 poco prima di essere ucciso, rifiuta la democrazia all’occidentale ma anche l’idea che la Terra sia rotonda, il darwinismo e non ammette che la pioggia sia la ricaduta dell’acqua evaporata al suolo.</p>
<p><strong>Ciò che più conta, però, in Nigeria e oltre, è che Boko Haram predica l’instaurazione della shar’ia (legge islamica) in tutti i 36 Stati del Paese.</strong> La chiedeva sotto la guida del fondatore, la chiede adesso che il capo è <strong>Mallam Sanni Umaru</strong>. Da notare che l’ascesa del gruppo è avvenuta proprio nei primi anni Duemila, cioè quando la shar’ia è stata introdotta in 12 Stati della Nigeria: in 9 a pieno titolo, in altri 3 con validità solo per le aree con popolazione in maggioranza musulmana.</p>
<p><strong> </strong></p>
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<p><strong> </strong></p>
<div id="attachment_12388" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/capo.jpg"><img class="size-full wp-image-12388" title="capo" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/11/capo.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></strong><p class="wp-caption-text">Una rara immagine di Ustaz Mohammed Yusuf, fondatore di Boko Haram, ucciso nel 2009.</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>I musulmani in Nigeria sono circa il 51% della popolazione, e i cristiani poco oltre il 48%. </strong>Nondimeno, sono molti i gruppi del fondamentalismo islamico che chiedono l’introduzione della shar’ia, anche a costo di imporla con la forza. L’aspetto più temibile, in prospettiva, delle attività di Boko Haram non è solo il radicamento nel Nord della Nigeria ma anche la capacità di stringere alleanze con gruppi esterni al Paese.</p>
<p><strong>Da questo punto di vista gli esperti di antiterrorismo hanno più volte segnalato, negli ultimi tempi, i contatti tra Boko Haram e l’Aqmi, cioè Al Qaeda nel Maghreb islamico</strong>, i seguaci di Bin Laden nell’Africa del Nord. Progressivamente neutralizzato nel Maghreb vero e proprio, e soprattutto in Algeria e nello Yemen, l’Aqmi si sarebbe spostato verso Sud, dove si sarebbe reso responsabile di <a href="http://www.fulvioscaglione.com/index.php/africa/al-qaeda-maghreb-punta-sulla-nigeria" target="_blank">tutta una serie di sequestri di persona</a> tra cui, forse, anche quello della cooperante italiana <strong>Rossella Urru</strong>, sequestrata il 20 ottobre insieme con due volontari spagnoli.</p>
<p><strong>In questa migrazione del terrore, l’Aqmi si sarebbe avvicinato alla Nigeria in senso geografico e a Boko Haram</strong> in senso politico. La setta nigeriana può offrire ai terroristi venuti dal Nord basi sicure e una struttura logistica efficiente e, come si vede, molto difficile da sradicare per le autorità nigeriane.</p>
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		<title>AL QAEDA MAGHREB PUNTA SULLA NIGERIA</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 21:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il rapimento di Rossella Urru, cooperante del Cisp, e degli altri due volontari spagnoli (Ainoha Fernandez de Rincon ed Enric Gonyalons) segna drammaticamente il ritorno sulla scena del cosiddetto Aqmi, ovvero Al Qaeda nel Maghreb islamico, il gruppo terroristico nato nel 2007 proprio per saldare le attività dei gruppi estremisti salafiti dell&#8217;Algeria con quelle dell&#8217;organizzazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il rapimento di<strong> Rossella Urru, cooperante del Cisp</strong>, e degli altri due volontari spagnoli (Ainoha Fernandez de Rincon ed Enric Gonyalons) segna drammaticamente il ritorno sulla scena del cosiddetto Aqmi, ovvero Al Qaeda nel Maghreb islamico, il gruppo terroristico nato nel 2007 proprio per saldare le attività dei gruppi estremisti salafiti dell&#8217;Algeria con quelle dell&#8217;organizzazione di Osama Bin Laden.</p>
<p><span id="more-12218"></span><strong> </strong></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/aqmi1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-12223" title="aqmi1" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/aqmi1.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Il sequestro di persona, insieme con il narcotraffico e il traffico di armi,</strong> è da sempre il più tradizionale metodo di autofinanziamento del gruppo. Sono ormai decine gli europei e gli americani sequestrati dall&#8217;Aqmi e quasi sempre rilasciati illesi. Nel 2008, il sequestro di due turisti austriaci fruttò alle case dei terroristi la bellezze di 6 milioni di euro.</p>
<p><strong>Tutto questo è un piccolo motivo di ottimismo nella vicenda drammatica della cooperante italiana.</strong> Anche perché l&#8217;Aqmi, nel suo versante più politico, si è in passato mostrato capace di azioni pesantissime (attentati suicidi, sparatorie, omicidi mirati, assassini con bombe piazzate lungo le strade, assalti a caserme dell&#8217;esercito algerino, attacchi alle ambasciate), per di più portate a termine su un territorio vastissimo: ha colpito in Tunisia, Algeria, Mauritania, Mali, Niger.</p>
<p><strong>Il 2010, però, è stato per le potenziali vittime dell&#8217;Aqmi un anno di relativa quiete. Gli attentati sono calati in numero e in efficacia.</strong> I militanti, che nel 2007 si riteneva fossero circa 30 mila, sono stati ridotti a un migliaio dalle operazioni dell&#8217;esercito algerino e dalle indagini condotte nell&#8217;area dalle polizie di Francia e Italia. La prospettiva di subire <strong>attentati anche in Europa</strong>, per mano di frange radicali della folta comunità algerina o tunisina all&#8217;estero, è stata via via ridimensionata dagli esperti dell&#8217;antiterrorismo fino a essere praticamente esclusa.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong></p>
<div id="attachment_12225" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/aqmi2.jpg"><img class="size-full wp-image-12225" title="aqmi2" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/aqmi2.jpg" alt="" width="300" height="211" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;area colpita dalle azioni dell&#39;Aqmi.</p></div>
<p></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>In poche parole, l&#8217;Aqmi sembra in ritirata anche nel Maghreb. Anzi, soprattutto nel Maghreb</strong>. Nel Nord dell&#8217;Algeria centinaia di militanti e simpatizzanti dell&#8217;Aqmi sono finiti in prigione o sono stati individuati e neutralizzati. Il che ha spinto i leader dell&#8217;organizzazione a trasferire sempre più a Sud le basi principali e le reti operative. Il che allontana una minaccia dal Mediterraneo ma ne fa balenare un&#8217;altra, altrettanto inquietante, proprio nel cuore dell&#8217;Africa:<strong> la possibile alleanza dell&#8217;Aqmi con i movimenti radicali islamici attivi in Nigeria,</strong> con obiettivo le rivendicazioni della corposissima (40% della popolazione totale) minoranza cristiana del Paese. La convivenza tra musulmani e cristiani, nel Paese, poggia da sempre su un equilibrio molto precario. La Nigeria, inoltre, è il primo produttore di petrolio dell&#8217;Africa e il sesto esportatore mondiale. Ha dunque un ruolo strategico sul mercato globale dell&#8217;energia, che però non si trasforma in un maggiore benessere per la popolazione, che vive per lo più in povertà. Potrebbe non essere troppo difficile, dunque, soprattutto per un&#8217;organizzazione che ha ormai alle spalle un ventennio di azioni terroristiche e di propaganda, produrre scintille potenzialmente micidiali per una simile situazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>SOMALIA, ABBORDIAMO I PIRATI</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 08:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un blitz delle forze speciali inglesi, e i 23 marinai (tra i quali 7 italiani, compreso il capitano Diego Scussat) della motonave italiana «Montecristo», sequestrata dai pirati somali nell’Oceano Indiano, hanno ritrovato la libertà. Un lieto fine da applausi, che non deve però far dimenticare la realtà di un fenomeno criminale che, al contrario, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="ctl00_PlaceHolderMain_ctl00_ctl10__ControlWrapper_RichHtmlField">Un blitz delle forze speciali inglesi, e i 23 marinai (tra i quali 7 italiani, compreso il capitano Diego Scussat)<strong> della motonave italiana «Montecristo»</strong>, sequestrata dai pirati somali nell’Oceano Indiano, hanno ritrovato la libertà. Un lieto fine da applausi, che non deve però far dimenticare la realtà di un fenomeno criminale che, al contrario, è in continua espansione e rende sempre più insicure le rotte mercantili tra Europa e Asia.</div>
<div><span id="more-12126"></span></div>
<div><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/pirati.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-12128" title="pirati" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/pirati.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a></div>
<div><strong>Due nostre navi sono ancora nelle mani dei pirati: </strong>la «Rosalia D’Amato», abbordata il 21 aprile 2010 nel mare Arabico e portata sulle coste a Nord di Mogadiscio; e la «Savina Caylyn», una petroliera con 86mila tonnellate di greggio nella stiva, attaccata l’8 febbraio 2010 al largo della Somalia. Nell’uno come nell’altro caso, le trattative sono ancora in corso.</div>
<div><strong> L’Italia, come si vede, è stata colpita pesantemente. E in modo deciso è stata costretta a reagire.</strong> Dal 2008 i nostri mezzi militari sono attivi nelle missioni internazionali di protezione del traffico navale (sia in &#8220;Allied Protector&#8221; sia in &#8220;Ocean Shield&#8221;) e hanno contribuito a sventare diversi attacchi dei pirati. E proprio nelle ore in cui la «Montecristo» tornava libera a navigare,<strong> il ministro della Difesa La Russa firmava una convenzione con Confitarma</strong> (Confederazione italiana armatori) affinché i soldati italiani possano essere imbarcati sui mercantili che devono affrontare le rotte a rischio.</div>
<div><strong>Più in generale, però, va detto che la pirateria somala è finora riuscita a tenere in scacco, o quasi, la marineria</strong> di una vastissima comunità di Paesi. Basta osservare i dati diffusi dalla Camera di commercio internazionale: nei primi sei mesi del 2011 gli attacchi sono stati 266, cioè ben 70 in più dello stesso periodo dell’anno scorso.</div>
<div><strong>Dalle poche decine di qualche anno fa, inoltre, il numero dei pirati è ora stimato in circa mille uomini, bene armati e organizzati in almeno cinque grosse bande.</strong> Le loro attività, infine, oltre a espandersi si stanno anche diversificando: sono sempre più frequenti, dal Kenya, le notizie di rapimenti di turisti e di stranieri a scopo di ricatto. Una delle ragioni per cui Usa, Gran Bretagna e Unione europea hanno stipulato con il Kenya una convenzione affinché i pirati, se catturati, vengano appunto processati e detenuti sul territorio dello Stato africano.</div>
<div>Le radici del fenomeno affondano, com’è facile intuire, nella disgregazione della Somalia e nell’incessante guerra per bande di cui il Paese è vittima dai primi anni Novanta.<strong> Le incursioni dei pirati si erano diradate nel 2006, dopo la sconfitta delle Corti islamiche</strong> da parte dell’esercito dell’Etiopia. Ma era solo una tregua: spostate la basi a Nord, nel Puntland che si era dichiarato autonomo nel 1998, i predoni avevano ripreso a colpire. Nel 2008 gli shabaab (la milizia islamica succeduta alle Corti) avevano addirittura attaccato i porti dei pirati, permettendo però dal 2009 l’approdo delle sequestrate e dirottate sulle coste della Somalia da loro controllate.</div>
<div>Si tratta insomma di un gioco di alleanze che possono mutare, ma che hanno un unico fine: <strong>finanziare con attività criminali i gruppi che hanno precipitato la Somalia nella miseria e nella disgregazione, trasformandola in una Tortuga incontrollabile</strong> dove vige solo la legge delle armi. Contenuto a fatica sui mari con misure sempre più severe, il contagio pare ora volersi diffondere nei Paesi confinanti, in Etiopia e soprattutto in Kenya. Ma il virus piratesco va contenuto a tutti i costi: potrebbe dare il colpo di grazia a un Corno d’Africa dall’equilibrio già oggi precario per non dire rischioso.</div>
<div>Pubblicato su<a href="http://www.avvenire.it" target="_blank"> Avvenire</a> del 12 ottobre 2011</div>
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		<title>PERCHE&#8217; LA PACE HA BISOGNO DELLE DONNE</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 19:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I verdetti della commissione che assegna i premi Nobel per la Pace fanno quasi sempre discutere. Barack Obama, premiato nel 2009, l&#8217;aveva appena ritirato quando decise di inviare altri 30 mila soldati in Afghanistan. L&#8217;Ippc (Comitato intergovernativo per il cambiamento climatico), che lo ebbe nel 2007, poco dopo fu accusato (e con qualche ragione) di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">I verdetti  della commissione che assegna i premi Nobel per la Pace fanno quasi  sempre discutere. <strong>Barack Obama, premiato nel 2009</strong>, l&#8217;aveva appena ritirato  quando decise di inviare altri 30 mila soldati in Afghanistan. L&#8217;Ippc  (Comitato intergovernativo per il cambiamento climatico), che lo ebbe  nel 2007, poco dopo fu accusato (e con qualche ragione) di aver alterato  i dati della ricerca. Il banchiere Muhammed Yunus (2006) ha poi avuto  le sue belle grane e Mohammed al Baradei, direttore dell&#8217;Agenzia internazionale  per l&#8217;energia atomica, Nobel nel 2005, era stato trattato per anni da  “quinta colonna” del nemico per non aver voluto riconoscere la presenza  di armi atomiche in Iraq.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><span id="more-12077"></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"> </span></p>
<div id="attachment_12079" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/nobel.jpg"><img class="size-full wp-image-12079" title="nobel" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/nobel.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a><p class="wp-caption-text">Da sinistra: Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakkul Karman, premiate con il  Nobel per la Pace..</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">Anche  oggi, dunque, possiamo discutere se<strong> Ellen-Johnson Sirleaf, presidentessa  della Liberia,</strong> meriti fino in fondo il riconoscimento, o almeno tanto  quanto la connazionale <strong>Leymah Gbowee, la militante nonviolenta</strong> che organizzò  la protesta delle donne contro la guerra. Possiamo valutare se l&#8217;assegnazione  del premio alla Sirleaf proprio mentre in Liberia la campagna per le  elezioni presidenziali è agli sgoccioli, con la premiata in corsa per  un secondo mandato, non si risolva in una pesante ingerenza politica.  E non rischi di creare nuovi conflitti proprio in Liberia, dove la pace  è stata conquistata, e non da molto, a carissimo prezzo. Ed è lecito  chiedersi se <strong>Tawakkul Karman, la giornalista dello Yemen </strong>che anima l&#8217;opposizione  femminile al dittatore Ali Abdallah Saleh, non rischi di trasferire  il proprio prestigio libertario al partito radicale islamico Al Islah  di cui è esponente, e che tanto libertario non sembra. </span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;">E&#8217; indiscutibile,  però, una cosa importante.<strong> Il Nobel per la Pace di quest&#8217;anno porta  sotto i riflettori in modo inequivocabile la questione femminile,</strong> uno  degli snodi cruciali del presente e del futuro sia in Medio Oriente  sia in Africa.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong> L&#8217;esempio  della Karman può essere importante, e non solo nello Yemen.</strong> E&#8217; vero,  nel suo Paese le donne non possono votare né guidare né andare da  sole a dormire in un albergo. E quando <strong>Amat al Alim Alsoswa</strong>, anche lei  giornalista, divenne ministro dei Diritti Umani, i partiti islamici  (compreso Al Islah, quello in cui anche Tawakkul milita) organizzarono  una specie di boicottaggio e alcuni sceicchi emisero una<em> fatwa</em>. Il lavoro,  quindi, non manca. <strong>Ma appena oltre confine c&#8217;è l&#8217;Arabia Saudita</strong>, dov&#8217;è  stata festeggiata come una mezza rivoluzione la decisione di concedere  alle donne il diritto di voto, anche se solo a partire dal 2015 e solo  per i Consigli locali. Poco più in là il <strong>Kuwait</strong>, dove il diritto di  voto è stato concesso alle donne solo nel 2005. E tutto intorno una  regione in cui le donne sono il 58% dei laureati ma solo il 14% della  forza lavoro.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Analogo  è il discorso che si può fare per l&#8217;Africa. Secondo recenti studi  dell&#8217;Ocse, le donne africane formano il 70% della forza lavoro impiegata  in agricoltura </strong>e sono direttamente responsabili del 90% del cibo prodotto  nel continente. Ma solo l&#8217;8,5% (il dato più basso tra tutte le regioni  del mondo) di loro riesce a ottenere un lavoro salariato fuori dai campi  o un posto di responsabilità. <strong>Solo il 51% delle donne africane sopra  i 15 anni d&#8217;età sa leggere</strong> e il 30% di loro all&#8217;età di 20 anni è  già stata sposata almeno una volta.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><strong>Sia l&#8217;Africa  sia il Medio Oriente hanno bisogno di liberare l&#8217;immenso patrimonio  di energie </strong>intellettuali, economiche e anche spirituali che finora è  rimasto confinato nel recinto delle tradizioni, delle discriminazioni  di genere e dei soprusi. Questo premio Nobel “al femminile” giunge  quindi a proposito, in una fase di rivolgimenti e sviluppi che già  incidono profondamente nella realtà di tanti Paesi. Per una volta,  quindi, dubbi e discussioni sulle decisioni di Oslo possono aspettare.</span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman; font-size: small;"><em>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> dell&#8217;8 ottobre 2011</em><br />
</span></p>
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		<title>SOMALIA, LA STRAGE DEI GIOVANI</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 19:07:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per la gran parte studenti, con molti soldati di guardia, accalcati nel cortile del ministero dell’Educazione in attesa dei risultati di un concorso per l’assegnazione di una serie di borse di studio in Turchia. Ecco le vittime dell’attentato kamikaze, rivendicato dalla milizia islamica degli shabaab, che ha provocato almeno un centinaio di morti nel quartiere [...]]]></description>
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<p>Per la gran parte studenti, con molti soldati di guardia, accalcati nel  cortile del ministero dell’Educazione in attesa dei risultati di un concorso per  l’assegnazione di una serie di borse di studio in Turchia. Ecco le vittime  dell’attentato kamikaze, <strong>rivendicato dalla milizia islamica degli shabaab</strong>, che  ha provocato almeno un centinaio di morti nel quartiere K4 (Kilometre Four) di  Mogadiscio, la parte ancora controllata dal Governo di transizione appoggiato  dalle Nazioni Unite.</p>
<p><span id="more-12052"></span></p>
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<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/somalia.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-12057" title="somalia" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/10/somalia.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>Anche in questo caso, come spesso capita con le  stragi del terrorismo, è l’identità delle vittime a spiegare l’intento dei  carnefici. È vero, nella stessa zona sono situati gli uffici di almeno metà dei  dicasteri dello stesso esecutivo, un bersaglio importante. <strong>Ma colpendo i  giovani, gli al-Shabaab hanno ripercorso le orme dei taleban in Afghanistan e  dei guerriglieri di al-Qaeda in Iraq.</strong> Lo scopo è lo stesso: impedire non solo la  rinascita del Paese, ma stroncare alla radice ogni germoglio di speranza in un  futuro diverso e migliore. Che cosa si poteva immaginare di più terribile ed  efficace, in questo senso, di una strage di ragazzi impazienti di mettersi alla  prova con lo studio e con la realtà di un altro Paese? E che cosa si può ancora  dire di una milizia che si definisce &#8220;dei giovani&#8221; (il nome completo è Harakat  al-Shabaab al-Mujaheddin, Movimento dei giovani militanti) e si dedica al  massacro dei giovani?</p>
<p><strong>Dal 2006, cioè da quando si sono affermati sulla scena  somala dopo la sconfitta inflitta alle Corti islamiche dalle truppe  dell’Etiopia</strong>, gli shabaab sono perfettamente riusciti nell’impresa di  precipitare il loro già stremato Paese in un incubo di distruzione e di morte.  <strong>Due milioni di somali</strong> (un quinto della popolazione) sono stati scacciati dalle  loro case e per metà costretti a rifugiarsi all’estero. L’accesso all’acqua  corrente è oggi limitato al 29% degli abitanti, mentre dieci anni fa lo stesso  dato era al 35%.</p>
<p><strong>Dal 2006 a oggi, la martoriata economia della Somalia è  stata colpita da due consecutive stagioni secche che si sono trasformate in una  micidiale carestia anche, e forse soprattutto, per colpa degli shabaab.</strong> Che per  anni hanno imposto alla popolazione la piaga di una guerriglia permanente e poi,  nelle zone da loro dominate, hanno vietato i soccorsi delle Ong e delle  istituzioni internazionali, per altro prima a lungo taglieggiate. Un cupo  desiderio di dare la morte, drappeggiato nella bandiera di un islam che esiste  appunto solo nei deliri dei taleban e dei tagliagole di al-Qaeda, che risulta  ancor più incomprensibile se solo si pensa che, tra tutte le costrizioni di una  regione tra le più disgraziate al mondo, un’altra Somalia è possibile.</p>
<p><strong>Lo  dimostra il caso del Somaliland, la regione del Nord (dal 1884 al 1960 Somalia  britannica) diventata autonoma al crollo della Repubblica del dittatore Siad  Barre. </strong>Nel Somaliland l’anno scorso si è svolta una transizione pacifica dei  poteri a seguito di regolari elezioni, è in vigore un sistema fiscale, e nelle  scorse settimane sono state organizzate carovane di aiuti poi indirizzate verso  le regioni del Sud più colpite dalla carestia. Regioni che sono sotto il  controllo degli shabaab.</p>
<p><strong>Mentre nel mondo, dal Medio Oriente all’Asia, cresce in  modo evidente la richiesta di democrazia </strong>e la coscienza della sua efficacia nel  garantire il giusto equilibrio tra i diritti e i doveri delle persone, la  Somalia resta un buco nero che non si sa come colmare. In molti ci hanno  provato, nessuno ci è riuscito. Ma non si può pensare di lasciare il Corno  d’Africa abbandonato a se stesso e al destino di &#8220;fabbrica della miseria&#8221; per un  continente che già oggi raccoglie il 60% dei poveri del  mondo.</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire </a>del 5 ottobre 2011</p>
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		<title>FAME IN AFRICA, LA NATURA NON C&#8217;ENTRA</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 22:27:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvio Scaglione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei primissimi anni Novanta, subito dopo la destituzione del dittatore Siad Barre (1991), feci un paio di viaggi in Somalia e Kenya. Sono vent&#8217;anni fa tondi tondi, dunque. <strong>Già allora, però, la zona di confine con la Somalia interna al Kenya era punteggiata di campi pieni di profughi somali.</strong> La causa della loro fuga era la carestia, scoppiata guarda caso proprio quando la guerra tra clan, esplosa dopo il collasso del Governo centrale, era all&#8217;apice.</p>
<p><span id="more-11820"></span></p>
<div id="attachment_11829" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/shabab.jpg"><img class="size-full wp-image-11829" title="shabab" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/shabab.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Un gruppo di guerriglieri islamisti &quot;Al Shabab&quot;.</p></div>
<p>Oggi siamo all&#8217;apocalisse. <strong>Nell&#8217;area investita dalla carestia, il cosiddetto Corno d&#8217;Africa che include vaste porzioni di Somalia, Kenya, Etiopia e Gibuti, 12 milioni di persone sono travolte dalla mancanza di cibo</strong> e le stime più recenti parlano di 750 mila probabili vittime.  Un quarto della popolazione somala è profuga o rifugiata nei Paesi confinanti. In Kenya, che dovrebbe essere  il Paese in prima linea nel soccorso ai somali, il 10% della popolazione non riesce più a provvedere in modo autonomo ai propri bisogni alimentari. Ma se diamo un&#8217;occhiata alla storia recente, scopriamo che in Etiopia ci sono state in precedenza due carestie: una nel 1973, lo stesso anno di un colpo di Stato contro l&#8217;imperatore <strong>Haile Selassie</strong> (poi deposto nel 1974), e un&#8217;altra nel 1984, quando la guerra tra<strong> il colonnello Menghistu</strong> e i ribelli tigrini era al massimo della violenza. E se pensiamo alla Somalia dobbiamo chiederci: quanto pesano due anni consecutivi di siccità contro vent&#8217;anni consecutivi di guerra civile?</p>
<p>L&#8217;occasionale siccità che diventa micidiale carestia è un fenomeno prodotto dall&#8217;uomo. Nel caso della Somalia questo è particolarmente evidente. <strong>Nel 2009 il movimento Al Shabab(&#8220;La gioventù&#8221;, perché in origine era l&#8217;ala giovanile dell&#8217;Unione delle Corti islamiche; viene ritenuta forte di otto-nove mila uomini armati) ha bandito dal Paese le Nazioni Unite e tutte le altre organizzazioni umanitarie.</strong> Una decisione politica: per aiutare sul serio la popolazione, esse avrebbero dovuto avere libero accesso ai villaggi, autonomia nella gestione e distribuzione degli aiuti e piena libertà di movimento. Gli Shabab l&#8217;hanno considerata una minaccia al loro potere e quindi hanno cacciato tutti. Già prima, però, questi guerriglieri islamici esercitavano una specie di sciacallaggio permanente ai danni delle Ong e della stessa popolazione: <strong>ogni organizzazione doveva pagare una &#8220;tassa di registrazione&#8221; tra i 4 e i 10 mila dollari e una &#8220;tassa di progetto&#8221; pari al 20% del valore dell&#8217;intervento</strong>, fosse lo scavo di un pozzo o la costruzione di un ospedale.</p>
<p><strong><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/fame.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11830" title="fame" src="http://www.fulvioscaglione.com/wp-content/uploads/2011/09/fame.jpg" alt="" width="300" height="227" /></a>Risultato: le zone più investite dalla carestia sono proprio quelle da loro controllate, mentre quasi indenne è il Somaliland,</strong> l&#8217;ex Somalia britannica, l&#8217;area del Nord che fu compresa nell&#8217;impero inglese dal 1884 al 1960, che dopo la caduta di Siad Barre divenne indipendente e che adesso manda aiuti alla parte meridionale della Somalia. quella, appunto, devastata da due decenni di guerra.</p>
<p>Un&#8217;altra considerazione.<strong> Nell&#8217;Indice internazionale della corruzione, che analizza 180 Paesi, il Kenya si piazza al 147° posto e la Somalia al 180°, l&#8217;ultimo. </strong> E&#8217; stato calcolato che un comune cittadino del Kenya paga in media 16 &#8220;bustarelle&#8221; al mese per poter svolgere la propria attività o ricevere i più comuni servizi. Un altro esempio: in soli due anni (2004-2006), il presidente kenyano <strong>Mwai Kibaki </strong>spese 15 milioni di dollari in Mercedes per il proprio parco macchine. E anche adesso, le organizzazioni dei diritti civili del Kenya ammoniscono a tenere gli occhi bene aperti perché la carestia, con il business degli aiuti, è un&#8217;ottima occasioneper ulteriori arricchimenti illeciti. Nel 2008 è stati istituito <strong>il ministero per lo Sviluppo delle Terre Aride</strong> che, qualche settimana fa, si è paradossalmente rivolto alla Commissione anti-corruzione per sapere dove siano finiti 4 milioni di dollari destinati alle zone colpite dalla siccità e mai arrivati a destinazione.</p>
<p>Insomma,<strong> la fame africana non è come un uragano o un terremoto. In essa c&#8217;è assai più la mano dell&#8217;uomo che quella della natura</strong>. E se la povertà estrema diventa, ogni anno di più, un problema soprattutto africano, la ragione non sta nella siccità ma nel fatto che in Africa ci sono più guerre e più corruzione che in ogni altra parte del globo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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