DONNE CHE COMBATTONO L’ISIS. IN SIRIA

donneUn postazione di donne soldato alla periferia di Damasco.

Damasco – Tutti ricordiamo con emozione le immagini delle donne curde inquadrate nei reparti di peshmerga (che non a caso vuol dire “colui che si confronta con la morte”) e schierate in prima linea nell’estate del 2014, quando le truppe dell’Isis avanzarono dalla Siria per impadronirsi di un pezzo di Iraq. Ci piaceva il loro sguardo fiero, e anche il fatto che fossero pronte a risolvere per noi quella brutta grana. Bene. Ne ho trovate delle altre.

Altre donne, voglio dire, che combattono l’Isis. Altre donne con lo sguardo fiero e pronte a “confrontarsi con la morte”. Ma non sono peshmerga: sono donne della Siria, che combattono nell’esercito di Bashar al-Assad. C’è il Battaglione Commando femminile, 800 donne soldato impiegate in prima linea, un corpo speciale creato dai generali del regime nel 2014, all’apice dell’espansione dell’Isis, e ovviamente soprannominato “le leonesse”. Sono tutte volontarie e sono state impiegate, per ora, soprattutto nella capitale Damasco.

Quando il Battaglione fu inaugurato, gli spin doctor di Assad ne fecero una gran pubblicità, distribuendo molte foto. L’idea era chiara: mostrare l’apertura e la laicità del regime, al confronto dell’oscurantismo delle milizie jihadiste, che delle donne fanno in buona sostanza delle schiave, quando va bene delle serve.

Donne e Baath

E infatti non è di queste che voglio parlare. Mi interessano di più altre donne soldato. L’esercito siriano ha sempre avuto dei corpi femminili, come pure la polizia. Ai tempi di Assad padre, Hafez, che regnò sulla Siria dal 1971 al 2000, erano noti reparti femminili di paracadutisti. Tutti i giovani siriani, inoltre, maschi e femmine, dovevano partecipare ai “moaskar”, veri campi di addestramento paramilitare.

Era la strategia del partito Baath, tesa a mostrarsi dedito a una politica inclusiva e laica. Comunque sia, le donne nell’esercito siriano c’erano e ci sono. E sono aumentate di numero da quando la guerra civile ha decimato i soldati maschi. A parte le “leonesse”, e a parte quelle più fortunate e sistemate negli uffici, le donne soldato sono impiegate molto spesso in uno dei ruoli più nascosti e insieme rischiosi: ai posti di blocco e nei punti critici sono incaricate di controllare le altre donne.

Gli uomini musulmani non possono toccare le donne o togliere loro il velo per verificarne l’identità. Così tocca alle soldatesse. che rischiano la vita, perché sono innumerevoli i casi in cui sotto il velo si nascondevano i jihadisti, più o meno kamikaze. Oppure qualcuna delle loro compagne, spedite a penetrare le difese con cinture piene di dinamite, per farsi saltare tra la gente. Molte di queste donne che combattono l’Isis hanno perso la vita così, per il colpo disperato di un miliziano ormai scoperto. Perché lo fanno? Perché si arruolano? L’ho chiesto a Farida (nome falso, niente foto:  lei non è autorizzata a parlare, qui c’è la guerra e la corte marziale), musulmana alawita, un bel po’ di turni ai posti di blocco alle spalle.  “Perché non riesco a immaginare nulla di peggio che vivere sotto questi fanatici dell’Isis o di Al Nusra”, risponde, “davvero non c’è nulla di peggio. Voi europei siete troppo lontani, non riuscite a capire, non vi rendete conto. Noi, qui, siamo disposti a tutto pur di scampare a questo destino. Gli uomini danno il loro contributo, tanti sono morti, io stessa ho perso un cugino in questa guerra. Adesso dobbiamo dare tutti un aiuto. E poi, nell’esercito, ricevo un salario. Con quello di mio marito, impiegato in un ufficio statale, riusciamo più o meno a tirare avanti. Perché qui, oltre a combattere, dobbiamo pure campare”.

E altre donne sono morte al fronte, in quelle Forze di Difesa Nazionale che si sono formate nel 2013 raccogliendo volontari e che sono armate e rifornite dall’esercito regolare. Cifre ufficiali non ce ne sono ma si parla di circa 500 donne in tutto il Paese.

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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