ISIS, ALLE DONNE DI DAMASCO BASTA LA PAROLA

damascoDonne siriane.

Da Damasco – Chiedete alle donne. Incontro Salwa, avvocatessa, e sua figlia Fadiah, nella città vecchia di Damasco, nelle corsie affollate del mercato che affaccia sulla Grande Moschea omayyade. Loro però abitano nell’enorme quartiere di Jaramana, piccola borghesia che la guerra ha impoverito e lavoratori poveri anche prima, pochi cristiani (come sono loro due, che quindi non portano velo: le donne della foto sono altre, nella situazione della Siria con le foto ci si va piano), tanti musulmani. Nel luglio del 2014 è successo che…

“Ero all’aeroporto per accompagnare mia sorella che partiva per gli Stati Uniti”, racconta Salwa, che ha a sua volta una storia particolare: è brasiliana di padre, libanese di madre e siriana di passaporto, “quando si è sparsa la voce che l’Isis stava per entrare a Jaramana. E mia figlia era a casa da sola…”. Le siriane non hanno avuto bisogno di scoprire le storie delle schiave sessuali dei jihadisti, delle ragazze comprate in Bangladesh e poi spedite ad accudire i miliziani. Loro queste storie le hanno avute dalla viva voce di tante altre donne siriane, fuggite a stento dai villaggi occupati dalla rivolta islamista, dalle loro parenti, dai video che senza sosta l’Isis pubblica su Internet e su tutti i social network. Così Salwa si è precipitata indietro con la prima macchina disponibile, convinta di dover correre in soccorso della figlia.

Damasco, quartiere Jaramana

Fadiah era in effetti sola in casa. “Prima è calato un gran silenzio”, ricorda ora, “come prima di una tempesta. E poi la gente ha cominciato a correre per le strade, tutti si precipitavano verso il centro di Damasco. Mamme che trascinavano i bambini, padri che incitavano le famiglie a lasciare tutto per non perdere tempo, le strade intasate dalle automobili. Ho chiesto che cosa stava succedendo, mi hanno gridato: arriva Daesh (il nome arabo dell’Isis, n.d.r), arriva Daesh! E mi si è ghiacciato il sangue nelle vene”.

Sua madre Salwa, intanto, cercava disperatamente di rimontare la corrente, il fiume di persone che, per mettersi in salvo, andava proprio contro di lei. “A un certo punto”, dice, “ho mollato la macchina, che una volta entrata in città avanzava lentissima, e mi sono messa a correre. Mancava ancora tanto, chilometri, ma non potevo aspettare. Avevo troppa paura”.

A casa, Fadiah cercava di capire cosa fare. “Ero terrorizzata: non volevo lasciare la casa, mescolarmi alla folla mi sembrava pazzesco, aspettare l’Isis una follia. Così ho cominciato a muovermi qua e là. Anche noi, come in quasi tutte le case, abbiamo una foto del presidente Assad: se i jihadisti fossero davvero entrati in casa, sarebbe bastata a condannarmi a morte o, almeno, a far bruciare tutto e a farmi sequestrare. Dove nasconderla? E dove nascondere me? Negli armadi, in soffitta? So che a dirlo adesso pare pazzesco ma ero disperata”.

Salwa, intanto, è finalmente arrivata nel suo quartiere, Jaramana. “Tra la corsa e la paura avevo il cuore che scoppiava, e intanto da lontano cominciavo a vedere il blocco di palazzi dove viviamo. E’ stato lì che ho cominciato a vedere tanti soldati in strada e a sentir dire che l’allarme era cessato”.

Fadiah e la madre si riabbracciano poco dopo. Tante lacrime ma lacrime di sollievo. Forse era stato un falso allarme, forse le truppe governative si erano mosse in tempo. Chissà. Gioia, e il progetto di trovare un appartamento più in là, in un quartiere meno periferico e meno esposto. Non potevano sapere che pochi giorni dopo l’Isis sarebbe arrivato davvero, anche se da un’altra direzione, forte di 2 mila uomini e di complici locali, che si sarebbe scatenata una battaglia con centinaia di morti, che la guerra sarebbe durato più di un mese, che quella parte del quartiere sarebbe stata quasi rasa al suolo prima di poter respingere i jihadisti. Ma questa è una storia da raccontare a parte.

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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