MALI, I TUAREG FINITI COME I CECENI

maliLe forze speciali dopo l'intervento per liberare gli ostaggi nell'hotel di Bamako, in Mali.

L’attacco terroristico a Bamako, capitale del Mali, concentrato su un hotel in cui notoriamente soggiornano molti occidentali, è quasi un manifesto del jihadismo internazionale. L’ostentata matrice religiosa (con gli ostaggi obbligati a dimostrare di saper recitare il Corano), il riferimento a precedenti battaglie della campagna islamista (qui c’è ancora la Francia nel mirino), il tentativo di rendere impossibile, a causa della paura, lo scorrimento ordinato e pacifico della vita come la concepiamo nel quotidiano noi occidentali… E’ un hotel di Bamako, laggiù in Africa, ma potrebbe essere il museo del Bardo di Tunisi, una località turistica sul Mar Rosso in Egitto, un teatro a Parigi, una scuola in Russia.

E’ la realtà del terrorismo contemporaneo, che forse solo nei giorni drammatici del dopo-Parigi siamo finalmente riusciti a riconoscere: quella di un pericolo globale che deve essere affrontato con uno sforzo globale, senza secondi fini o esclusioni strumentali, e con il contributo di chiunque sia disposto a impegnarsi.

Mali, un caso da manuale

Nello stesso tempo, però, ci viene dal Mali anche un altro ammonimento: il jihadismo riesce a essere tanto pericoloso perché, per disegnare il suo progetto generale, riesce a sfruttare in modo quasi perfetto le crisi locali. L’attacco di Bamako, anche da questo punto di vista, è un caso da manuale. Da molti anni i terroristi dell’Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), cacciati dai loro covi principali in Algeria, penetrano i Paesi del Sahel e della fascia sub sahariana offrendo le proprie “competenze” ai diversi movimenti insurrezionali locali. E’ successo, sia pure in diversa misura, nel Niger (il più arretrato sull’indice di sviluppo umano dell’Onu), in Nigeria (e Boko Haram è diventato ancor più micidiale), in Mauritania, nel Chad e, appunto nel Mali.

Qui, nel Mali che un tempo era considerato un modello di tolleranza e democrazia, è scoppiata nel 2012 l’ennesima rivolta dei tuareg della regione del Nord detta Azawad, che ha a sua volta innescato una crisi istituzionale sfociata in un colpo di Stato militare e alle dimissioni del presidente Amadou Toumani Touré, dai generali considerato troppo debole proprio nella repressione della rivolta. Nel frattempo, anche sotto la spinta della reazione del Governo centrale, il movimento tuareg veniva sempre più infiltrato dalle milizie jihadiste, per esserne infine soppiantato. Esattamente come avvenne in Cecenia, come si tentò di fare in Iraq e ora in Libia, com’è avvenuto in Siria.

Questo ha provocato un intervento militare della Francia e di una coalizione di undici Paesi africani. Se aggiungiamo che pochi anni fa l’Awazad si è rivelato anche ricco di petrolio, e consideriamo che tutto ciò avviene in uno dei Paesi con l’età media (poco più di 16 anni) più bassa del mondo, ci ritroviamo in una situazione che ora si sviluppa in Mali ma che è fatta dello stesso stampo di quelle che abbiamo già visto deflagrare in Iraq, Siria, Libia, Somalia, Kenya, Afghanistan, Russia.

Questo ci dice una cosa importante del jihadismo internazionale. E cioè che si tratta di un organismo parassitario, di una forma perversa di vita che non nasce nel nulla ma ha bisogno di un “ospite” da sfruttare e di cui cibarsi. Il che rende ancor più necessario, vista anche la cronica debolezza o nullità dell’Onu, arrivare a un impegno davvero collettivo nel contrastarlo. Nessun Paese, per quanto potente, può pensare di tener d’occhio da solo ogni fronte, ogni potenziale occasione di infiltrazione. Se non accettiamo questo, continueremo a passare da una crisi all’altra, da un terrore all’altro, e a domandarci ogni volta “perché?”, “che fare?”. Il difficile è pensare in modo diverso. Se ci riuscissimo, il resto verrebbe da sé.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 21 novembre 2015

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, per cui continuo a lavorare come editorialista. Nel 2010 ho varato l’edizione on-line del giornale. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente.
Ho pubblicato i seguenti libri: “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003) e “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008).

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Un Commento;

  1. Virtual server said:

    I risultati di questo conflitto ribaltarono completamente l’esito della Prima guerra cecena , nella quale la maggioranza del territorio ceceno divenne parte dell’autoproclamatasi Repubblica cecena di Ichkeria . Nonostante il conflitto sia considerato a livello internazionale come una lotta intestina all’interno della Federazione russa , esso ha attirato numerose bande di guerriglieri appartenenti alla Jihad islamica , che combattono al fianco dei separatisti ceceni.

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