VATICANO: LA PALESTINA SI CHIAMA STATO

vaticanoPapa Francesco tra Abu Mazen (a sinistra) e Shimon Peres.

Dopo l’annuncio, che risale al 13 maggio scorso, è arrivata la firma: Vaticano e Palestina, rappresentati da monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, e da Riad al-Malki, ministro degli Affari esteri, hanno siglato l’accordo (un preambolo e 32 articoli in 8 capitoli)  che regola i rapporti tra i due Stati e le attività della Chiesa cattolica in Palestina. Con la firma si è concluso un lungo lavoro diplomatico cominciato con l’accordo di base firmato il 15 febbraio del 2000 tra Vaticano e Organizzazione per la liberazione della Palestina. Va detto che un simile accordo è in gestazione tra Vaticano ed Israele, con trattative aperte dal 1999.


Lo Stato di Israele ha reagito, dice la nota ufficiale dell’ambasciata dello Stato ebraico presso la Santa Sede, “con rammarico alla decisione del Vaticano di riconoscere ufficialmente l’Autorità Palestinese come Stato”. Israele si riserva di “studiare nel dettaglio l’accordo e le sue implicazioni per la futura cooperazione tra Israele il Vaticano”.

Vaticano, Palestina e Onu

Le reazioni di Israele e di altri a questa firma sono condizionate da una serie di ambiguità, di “non detti” e, ovviamente, dal contesto internazionale. In primo luogo, come ha già ricordato il collega Alberto Bobbio in un articolo comparso su Famigliacristiana.it,Il riconoscimento dello Stato di Palestina è avvenuto il 29 novembre 2012 all’indomani del voto alle Nazioni Unite che ha riconosciuto allo “Stato di Palestina” la presenza tra gli Stati osservatori. La Santa Sede pubblicò  una nota dove si rallegrava per la presenza dello “Stato di Palestina” e da allora la dicitura nei documenti vaticani è sempre stata usata e la Palestina citata come “Stato”. E così ha fatto anche papa Francesco nei suoi discorsi ufficiali durante il viaggio in Terra Santa nel 2014. E Abu Mazen nelle due volte che si è recato in Vaticano dal 2012 è sempre stato definito nelle note ufficiali “Presidente dello Stato di Palestina”.

E’ chiaro, però, che il documento appena siglato da Vaticano e Palestina è un accordo di alto livello, una specie di Concordato. E vederlo annunciare come “Firma dell’accordo globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina”, nonostante che per il Vaticano la Palestina sia Stato già dal 2012, deve aver fatto squillare più di un campanello a Gerusalemme e dintorni.

Anche perché, e qui influisce il contesto internazionale, Paesi e istituzioni che si muovono in quella direzione si fanno sempre più numerosi. Sono 122 i Paesi che hanno optato per il riconoscimento della Palestina come Stato nei confini stabiliti dall’Onu nel 1967 e che sostengono la soluzione dei due Stati. Quello che forse più preoccupa Israele, però, è lo smottamento in questo senso che si verifica progressivamente anche in Europa. Il Governo di Svezia ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel 2014, nel giro di breve tempo si sono espressi in questo senso anche il Parlamento europeo, quello di Francia e del Regno Unito e, in modo più arlecchinesco, quello italiano, che nella stessa giornata ha votato sia una mozione a favore sia una contraria.

La pressione internazionale cresce, insomma, e in un simile contesto la firma tra Vaticano e Palestina non può certo compiacere Israele. Che al netto delle difficoltà oggettive (i leader palestinesi non sono certo i più “lineari” tra gli interlocutori) e delle ragioni storiche, dovrà prima o poi uscire da certe sue contraddizioni. La nota diplomatica, per esempio, sostiene che la firma odierna “danneggia lo sforzo internazionale per convincere l’Autorità Palestinese a tornare a negoziati diretti con Israele” (“… and harms the international effort to convince the PA to return to direct negotiations with Israel“). Anche se nel programma del nuovo Governo Netanyahu non c’è nemmeno un accenno al negoziato di pace con i palestinesi, apparentemente espulso dalla lista delle cose da fare.

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", per cui continuo a lavorare come editorialista. Nel 2010 ho varato l'edizione on-line del giornale. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008).

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