TUNISIA, IL TERRORE IN FRANCHISING

tunisiaIl panico intorno al Museo del Bardo di Tunisi.

La strage in Tunisia ci ha investiti con tutta la cieca brutalità che questi gesti sanno esprimere: 20 vite bruciate da un commando di giovani probabilmente pronti alla fine del kamikaze, che non hanno esitato a falciare turisti sorridenti e indifesi, tra i quali anche tre italiani. Le immagini, subito diffuse in tutto il mondo, mostravano la fuga disperata di uomini e donne anziani, di ragazzi e ragazze, persino di vecchi che faticavano a camminare. Non riusciremo mai a capire come si possa infierire su di loro con i kalashnikov.

Eppure dobbiamo fare lo sforzo di guardare dentro questa tragedia, perché in essa forse si nascondono lezioni che saranno preziose in futuro per salvare altre vite. Intanto è chiara una cosa: l’Isis si allarga. Era in Siria, poi ha invaso l’Iraq, quindi ha occupato un pezzo di Libia, ora colpisce in Tunisia. Ma è l’Isis ad allargarsi o la sua influenza?

Il misto di “dilettantismo” e “professionalità” mostrato dagli stragisti in Tunisia (in questo molto simili agli autori del massacro della redazione di Charlie Hebdo a Parigi) fa propendere per la seconda ipotesi. I terroristi di Tunisi volevano attaccare il Parlamento, proprio mentre era in corso la discussione sulle leggi contro il terrorismo. Sviati e respinti, sono ripiegati sul vicino Museo del Bardo, dove hanno cominciato a falciare i turisti stranieri. Difficile pensare, alla luce di questi fatti, a miliziani esperti, allenati nelle file dell’Isis. Più credibile che si tratti di islamisti locali ai quali altri hanno indicato l’obiettivo e il momento giusto per colpire.

La Tunisia e i salafiti

Se è così, vuol dire anche che l’Isis, come e più di Al Qaeda dopo la fuga di Bin Laden dai santuari in Afghanistan nel 2001, sta diventando un marchio, l’ombrello ideologico sotto cui i terroristi delle più diverse estrazioni mettono le proprie azioni. In Tunisia potrebbero essere i salafiti, altra corrente dell’Islam estremo, che hanno già messo a segno nel 2013-2014 omicidi politici e attentati di minore portata. Affiliarsi all’Isis consente a costoro di ottenere il massimo risultato in termini di panico e di risonanza, davvero non è poco. Ancor più, ovviamente, se il colpo è portato contro un Paese come la Tunisia che, con due elezioni regolari in tre anni dopo la cacciata del dittatore Ben Alì, un passaggio pacifico di poteri dal partito islamico a una coalizione di partiti laici e l’approvazione di una Costituzione liberale che rifiuta la sudditanza alla legge islamica, è all’avanguardia nella modernizzazione politica del Medio Oriente oltre che un esempio per metà dell’Africa.

Tutto questo, però, porta a un’ulteriore considerazione, la più sconsolante. Possiamo permetterci di combattere l’Isis solo a distanza o tramite l’impegno militare di altri, siano essi i peshmerga curdi, gli hezbollah libanesi o gli eredi di Gheddafi? E’ accettabile la prospettiva di impiegare anni prima di eliminare il contagio che esso rappresenta, anni in cui potremmo assistere non solo a una guerra aperta come quella in corso in Siria, in Iraq e in Libia ma anche a decine di episodi come quello della Tunisia, ispirati dall’Isis e fomentati anche dallo spirito di emulazione?

Sappiamo qual è l’alternativa: mettere gli stivali a terra, cioè mandare soldati a combattere e morire nei deserti in cui l’Isis ha i suoi covi. Sappiamo che sarebbe una tragedia, e nessuno la vuole. Ma quanti innocenti come i turisti del Museo del Bardo dovremo piangere, nel frattempo? Quante speranze di progresso dovremo abbandonare, in una regione già tanto tormentata? Possiamo anche non rispondere, ma la domanda resta sospese sulle nostre teste come la più inquietante di questi anni.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 19 marzo 2015

 

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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