IL TERRORISMO E I GIOCHI DI PUTIN

Vladimir Putin a Sochi.

Vladimir Putin a Sochi.

Le ombre del terrorismo islamico, che da tempo si proiettano sulle Olimpiadi di Sochi,  hanno ora preso qualche sfumatura tricolore. Il Coni ha infatti confermato di aver ricevuto una mail contenente minacce per la partecipazione dell’Italia ai Giochi invernali, che partiranno appunto il 7 febbraio nella località del Caucaso scelta dal Cremlino. Non siamo stati gli unici bersagli: lettere simili sono arrivate anche al Comitato olimpico internazionale (Cio) e ai comitati nazionali di Austria e Ungheria.

Diverse le reazioni: composta e fiduciosa quella del Coni, che non nega ma nemmeno drammatizza. Quasi noncurante quella degli austriaci, che accusano un hacker con base in Israele a loro dire noto per queste imprese. Assai preoccupata invece quella degli ungheresi, anche perché nel loro caso le minacce sono arrivate direttamente ai singoli atleti. Così Zsolt Bortkai, presidente del locale Comitato olimpico, si è rivolto prima al Cio e poi al proprio Governo, che ha subito mobilitato le unità antiterrorismo.

E’ difficile tracciare con precisione i contorni della vicenda, date le scarse notizie disponibili. Potrebbe trattarsi di un falso allarme come, al contrario, rientrare in quella “strategia della tensione” che da mesi i gruppi più o meno clandestini che nel Caucaso si oppongono alle politiche di Mosca alimentano con ogni mezzo. Non ci sono stati solo gli attentati di Volgograd, il grosso centro sul Volga a circa 600 chilometri da Sochi, dove in tre attacchi i kamikaze hanno ucciso 42 persone, ma anche uno stillicidio di proclami, video (nel più recente, due giovani promettono a Putin “un regalo per te e per i turisti, per vendicare il sangue innocente dei musulmani versato in tutto il mondo”) e azioni di disturbo come la segnalazione a Sochi di tre presunte “vedove nere” (le donne kamikaze del terrorismo ceceno) che ha l’obiettivo di spaventare gli ospiti e screditare le Olimpiadi di Putin agli occhi del mondo.

Questi, infatti, sono in ogni senso i “giochi di Putin”. E’ lui che li ha voluti in Russia. E’ lui che li ha portati a Sochi, a 1.400 chilometri da Mosca, per dimostrare quanto è ormai diffusa la “nuova Russia” nata nei vent’anni del suo regime. E’ lui che segue tutto e decide tutto, piombando a Sochi con blitz frequenti e improvvisi per spronare i volontari o accelerare i lavori,  o persino per licenziare in diretta Tv questo o quel funzionario, com’è successo a uno dei vice-presidenti del Comitato olimpico russo, accusato di inefficienza e corruzione. Purtroppo per lui, per Sochi, per i Giochi e per chi dovrà parteciparvi, Putin è anche l’uomo più odiato del Caucaso.

Quando salì al potere, dopo le dimissioni di Boris Eltsin il 31 dicembre del 1999, la Russia si leccava ancora le ferite, non solo metaforiche, della sconfitta subita in Cecenia tra il 1994 e il 1996, sancita dal trattato che nel 1997 accordava l’indipendenza alla Repubblica ribelle. Era un’umiliazione che il Cremlino, e il risorgente nazionalismo dei russi, non poteva accettare. Putin decise di riscattare lo smacco e tra il 1999 e il 2009 condusse una campagna militare efficace e spietata (circa 25 mila morti), indifferente alle accuse di violazione dei diritti umani che gli venivano rivolte da ogni parte e forte dell’appoggio quasi incondizionato dei russi.

Negli anni successivi il nuovo zar ha continuato l’opera, limitando i poteri delle regioni, nominando nei posti di responsabilità i suoi fedelissimi e conducendo una inflessibile campagna non solo contro il terrorismo ma anche contro ogni possibile spinta disgregatrice dell’unità territoriale della Russia. Anche la guerra-lampo contro la Georgia, nel 2008, durante le Olimpiadi di Pechino, servì a dimostrare che la Russia era pronta a difendere i confini a ogni costo. Così facendo Putin ha sparso i semi di un rancore che ora, a torto o a ragione, si ritorce contro la vetrina olimpica che doveva celebrare i fasti dei suoi vent’anni di governo.

Attenzione, però. L’ex agente del Kgb non è arrivato dov’è arrivato perché incline a cedere alle emozioni e a spaventarsi facilmente. Intorno a Soci è stato tracciato un “cerchio di fuoco” con una circonferenza di 1.500 chilometri, presidiato da 40 mila uomini dell’esercito e delle forze speciali. Ai loro ufficiali non servono incentivi: sanno che cosa succede a chi delude lo zar.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 23.1.2014

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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