2013-1: LA GUERRA LOGORA CHI LA FA

Un'immagine della guerra di Corea (1950-1953).

Che cos’è una guerra? Ancora all’inizio del 2013, è quella “cosa” che il generale prussiano Carl von Clausewitz teorizzò e definì nei primi decenni dell’Ottocento con la celebra frase: “La guerra non è che la non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Questa è la parte che tutti conoscono. Perché il brano, in realtà, prosegue così: “La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico”.

Un'immagine della guerra di Corea (1950-1953).

Proprio perché siamo all’inizio del 2013, allora, una considerazione pratica s’impone: nemmeno la potente macchina bellica americana (la più potente che la storia abbia registrato) riesce più a vincere le guerre tradizionali. Non ce l’ha fatta in Iraq, dove permane uno stato di turbolenza sanguinosa e diffusa, e ancor meno ce la può fare in Afghanistan, dove l’incubo ricorrente della non-vittoria è addirittura quello di una sconfitta anche militare. E questo a dispetto del fatto che la strategia di fondo, alla Casa Bianca, non sia per nulla cambiata con il passaggio dal “guerrafondaio” repubblicano George W. Bush al democratico “Premio Nobel per la Pace” Barack Obama. Conclusione: nel mondo moderno le guerre si possono fare ma non si possono vincere.

Sì, perché quando si parla di “vittoria” si parla di vittoria politica, di conseguimento degli scopi per i quali la guerra era stata cominciata. Dal punto di vista militare  è ovvio che la forza dell’esercito Usa più i contractors, combinata con quella della Nato e degli eserciti nazionali (come il nostro, che è stato sia in Iraq sia in Afghanistan) alleati degli Usa, è insuperabile per chiunque. Ma gli scopi in ogni caso non sono stati raggiunti: il Medio Oriente non è sotto il controllo americano né lo è l’Afghanistan. Nè in Iraq né in Afghanistan la lunga permanenza delle truppe occidentali lascerà dietro di sé un regime democratico. Le popolazioni locali non sono state convinte né conquistate.  Ci sono altre guerre che hanno molte delle caratteristiche delle due prima prese a esempio: quella tra Israele e i palestinesi, quella del Nord Sudan contro il Sud Sudan. In nessun caso la vittoria militare è coincisa o coincide (vedi Gaza nel 2012 e nel 2008, o il Libano nel 2006) con una vittoria anche politica. Le popolazioni locali non hanno smesso di resistere. Chi ha vinto con le armi ha più problemi politici di colui ch’è stato sconfitto sul campo.

Carl von Clausewitz.

Le guerre che non si possono vincere fanno persino sfumare i confini, prima assai netti, tra guerra e pace, tra civile e militare. I soldati mobilitati per le missioni di pace si preparano come per andare in guerra e spesso sono impegnati in vere operazioni militari, di offesa o di difesa. Ma altro modo non c’è, in Iraq o in Afghanistan, per restare ai nostri esempi. E solo che non c’è mai stato può considerare poca cosa, o cosa irrilevante per la pace, che si tracci una strada o si costruisca una scuola. Allo stesso modo, come dimostrano le polemiche sull’acquisto degli F-35 da parte dell’Italia, non è più chiaro quanto siano esclusivamente militari certe spese e quanto invece vadano ascritte alle più generali “partite di giro” che regolano i rapporti tra gli Stati (nel nostro caso, con gli Usa) e comprendono accordi anche industriali, commerciali, doganali ecc. ecc.

Quindi: nemmeno gli Usa possono ormai vincere le guerre tradizionali; se non le possono vincere gli Usa, non le può vincere nesssuno. Se non le può vincere nessuno, perché continuiamo a farle? I costi sono pazzeschi in termini di vite umane, di conflittualità tra i popoli e anche di denaro: è stato calcolato che per i soli veterani dell’Iraq lo Stato americano spenderà, da qui al 2055, quasi 500 miliardi di dollari in spese mediche e pensioni. Il tutto per non vincere.

A questo punto, restano solo due strade. Il disarmo totale, come credono e sperano i pacifisti. Oppure l’invenzione di un altro “strumento” che prenda il posto della guerra tradizionale. La prima soluzione, se realizzata, porrebbe ovviamente fine a ogni guerra. Ma il problema è che o ci stanno tutti oppure non funziona. Se un solo Stato non disarma, è finita. La seconda soluzione è più difficile. O no? Personalmente resto convinto che comunque qualcosa si potrebbe fare. Un pugno di Paesi (Russia, Cina, India, Usa ed Europa) che formano circa un terzo della popolazione del pianeta hanno (quasi) il monopolio della tecnologia in (quasi) tutte le sue declinazioni, dalla comunicazione al medicale, dall’agricoltura alla finanza. E’ una leva fortissima. Ben utilizzata, potrebbe produrre risultati che le guerre ormai si sognano.

 

 

 

 

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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