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Diamo i numeri
118: attivisti politici UCCISI DA ESTREMISTI ISLAMICI in Pakistan durante le campagna elettorale.
Ultimo cinguettio
Grillo fa campagna contro il Pd. A lui Berlusconi serve vivo.
Alla fine del 2011, al momento del ritiro delle truppe Usa, molti pensavano che l’Iraq sarebbe stato travolto da un’ondata di attentati e violenze. Il sangue è corso, in effetti, ma non molto più di prima. A esplodere, invece, è stata la situazione politica. A poche ore dalla partenza degli americani, infatti, il premier Nuri al Maliki, sciita, prima ha fatto arrestare il vice presidente Tareq al Hashemi, sunnita, accusandolo di terrorismo, e poi ha chiesto al Parlamento un voto per costringere alle dimissioni Saleh al Mutlak, il vice premier, un altro sunnita.
La frattura non si è mai ricomposta. Al Hashemi, accusato di aver partecipato all’organizzazione di almeno 150 attentati, non si è presentato al processo cominciato il 3 maggio, si è rifugiato in Turchia e da ieri, su richiesta del Governo iracheno, è ufficialmente ricercato dall’Interpol. Inutile sottolineare che dal dicembre 2011 le autobomba si sono succedute, in un Paese che peraltro non ha mai visto una reale cessazione degli attentati a sfondo etnico e settario.
Al Maliki si fa forte dell’appoggio degli Usa che, con l’Iran alle porte e il Medio Oriente in piena crisi, non sono certo disposti a smantellare quel poco ch’è stato finora costruito in Iraq. I sunniti iracheni, che sono minoranza, possono fare poco per rivendicare i propri diritti, veri o presunti.
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2012, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
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