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OSAMA E IL BALLO DEI SERVIZI SEGRETI

Le dichiarazioni dei politici Usa, presidente Obama in testa, e dei responsabili delle agenzie di sicurezza fanno pensare che l’eliminazione di Osama Benladen sia frutto di un’operazione tutta americana, dalle informazioni raccolte nel 2010 fino all’incursione delle forze speciali. Se così fosse (e aver distrutto l’elicottero rimasto a terra per un guasto, come si fa in territorio nemico, sembra confermarlo), si tratterebbe di un’evidente violazione della sovranità territoriale del Pakistan. Perché, allora, il Governo di Islamabad non protesta? Perché accetta in silenzio di ritrovarsi con gli Usa, dopo la morte di Osama, in cima alla lista delle possibili ritorsioni del terrorismo islamista?

Osama bin Laden all'epoca dei suoi famosi messaggi video.

Osama bin Laden all'epoca dei suoi famosi messaggi video.

La risposta sta nel lungo colloquio (più di quattro ore) che tre settimane fa, a Washington, ha messo a confronto il generale Ahmed Shuja Pasha, comandante del famoso e famigerato Isi (Inter-Services Intelligence Directorate, i servizi segreti del Pakistan), Leon Panetta (direttore della Cia) e l’ammiraglio Mike Mullen, capo degli Stati maggiori riuniti delle forze armate Usa. L’incontro chiudeva un lungo periodo di tensione tra due alleati che, incredibilmente, si comportavano da nemici o quasi.

Basta ricordare alcuni fatti. Ai primi di dicembre 2010 un pakistano di nome Karim Khan convoca una conferenza stampa e rivela che Jonathan Banks non è  un uomo d’affari ma il capo della stazione Cia di Islamabad, una delle più grandi centrali Cia fuori dagli Usa. Due settimane dopo Banks viene rimpatriato. Karim Khan accusa Banks di aver provocato la morte di suo fratello e suo figlio in un bombardamento di droni nel 2009. Ma come poteva un pakistano qualunque conoscere uno dei segreti meglio custoditi dell’intelligence americana? A Washington sospettano una manovra dell’Isi e dei settori più gelosi della potenza atomica del Pakistan.

Il generale Ahmad Shuja Pasha (a sinistra), capo dell'Isi, con Leon Panetta.

Il generale Ahmad Shuja Pasha (a sinistra), capo dell'Isi, con Leon Panetta.

Ma non basta. Due mesi dopo Raymond Davis, l’uomo che aveva preso il posto di Banks, viene arrestato a Lahore dopo aver ucciso due persone che, dice lui, cercavano di rapinarlo. Ma che ci faceva di notte in un quartiere malfamato, armato, in un auto a noleggio, con un kit per il trucco, una radio a onde lunghe e una macchina fotografica piena di immagini “sensibili”? Davis resta in carcere per 47 giorni e per 14 giorni viene interrogato dagli specialisti dell’Isi, a dispetto delle proteste americane. Quando esce, versa 2,3 milioni di dollari ai parenti degli uccisi, poi prende il solito aereo e torna a casa. Il Pakistan passa all’offensiva. Chiede che gli Usa fermino i droni (più di 100 incursioni in tre mesi) e riducano drasticamente il personale Cia nel Paese. Il generale Ashfaq Parvez Kayani, capo delle Forze Armate, vuole allontanare 335 americani, pari a circa un terzo del personale Cia. Via comunque tutti i contractors.

Arriva a quel punto la convocazione a Washington del capo dell’Isi, il generale Shuja Ahmed Pasha. Da quel momento tutto si mette in moto: Leon Panetta viene nominato ministro della Difesa; come direttore della Cia viene scelto il famoso generale David Petraeus; Osama viene ucciso. Forse la Casa Bianca aggiunge qualcosa al miliardo di dollari che ogni anno versa al Pakistan per la sicurezza. Forse Islamabad ha qualcosa da raccontare su Osama che da dieci anni sfugge alla caccia americana. Ma un accordo c’è. Lo dimostra il caso di Petraeus. Lui e Kayani si detestano ma hanno bisogno uno dell’altro: Petraeus è il patrono della strategia dei droni, il pakistano comanda le truppe che, al confine, possono fermare o lasciar passare i talebani e le loro armi. Ora hanno deciso di lavorare insieme. Vedremo in Afghanistan che cosa ha davvero significato la morte di Osama in Pakistan.

Pubblicato su Avvenire del 3 maggio 2011

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