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ANCHE IN LIBIA LE BOMBE LA SANNO LUNGA

DI GIORGIO VECCHIATO

E’ un luogo comune, ma sempre valido: la prima vittima di ogni guerra è la verità. A sostenere il falso sono un po’ tutte le parti in causa, dai propagandisti ai combattenti. La menzogna è giustificata dalla necessità di tenere alto il morale della truppa, e talvolta funziona. Quando però l’altalena tra il vero e il falso rende indecifrabili le sorti di un conflitto, il mondo politico e il mondo degli affari possono avere interessi diversi. Ai governanti si pongono problemi di stabilità e sfere di influenza. Gli affaristi mirano ai soldi, oggi come duecento anni fa. Anno 1815.

Le tombe di alcuni insorti libici uccisi dal "fuoco amico" della coalizione.

Le tombe di alcuni insorti libici uccisi dal "fuoco amico" della coalizione internazionale.

Il ramo inglese dei Rothschild cominciò a vendere azioni mentre arrivavano notizie, inventate ad arte, su Napoleone vittorioso a Waterloo. Il panico invase la Borsa londinese: se così si comportavano quei formidabili banchieri, non c’era che da imitarli. Solo che i Rothschild, avendo sul posto emissari con piccioni viaggiatori, e sulla Manica barche veloci, erano gli unici a sapere che in realtà aveva vinto Wellington. Rastrellarono tutte le azioni, le proprie e quelle altrui. Il guadagno fu colossale.

Anche oggi, per la guerra in Libia, il vero e il falso si confondono. Missili o diplomazia, tutto è ancora possibile. Ma la previsione è per tempi lunghi. La sola certezza è che i missili contro Gheddafi, prima quelli dei “volenterosi”, poi quelli atlantici, non solo si mostrano insufficienti ma rischiano di compromettere la causa degli alleati. Ed anche quella degli insorti. Stando alle ultime notizie, le “bombe intelligenti” hanno qui massacrato famiglie libiche, là un convoglio di ribelli. Questi errori hanno nomi gentili come “fuoco amico” o “effetti collaterali”. Si chieda alle tribù afghane quale è l’effetto vero.

C’è dell’altro. Più diviene incerta una guerra, più si allungano i tempi e più tende ad allargarsi il fossato tra governanti e affaristi. Per la Libia, i primi aspettano che Obama esca da quella che gli stessi giornali americani definiscono una condizione amletica. Cioè il dubbio su come sia meglio agire. La speranza dei produttori di armi è che si vada avanti con le bombe e magari si diano cannoni e carri armati – non pochi né per tempi brevi – agli insorti. Più che le attuali vertenze fra interventisti e pacifisti, schematiche le une come le altre, conta perciò questo conflitto di interessi. Che si aggiunge, superfluo dirlo, a quelli sul petrolio e sulle minacce che investono tutto il Medio Oriente.

Ultimo appunto, sempre su armi e falsi ma passando dalla tragedia al grottesco. In una rubrica Rai si rievoca un celebre e amaro film con Alberto Sordi mercante d’armi. Era una chiamata di correo, una denuncia dell’ipocrisia collettiva. Splendida opera di Monicelli, dice il conduttore Paragone, e Diliberto fa eco: “Monicelli, grande regista e grande comunista”. Uno che capiva e anticipava tutto. Dettaglio. Monicelli non c’entrava per niente. Il soggetto, la regia e una quota di sceneggiatura erano dello stesso Sordi. Democristiano. Anzi, per la precisione, andreottiano.

di Giorgio Vecchiato

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