ANCHE PUTIN HA FATTO IL SUO TEMPO

Nel 1992 presi per la prima volta un volo dall’aeroporto di Domodedovo, destinazione Dushanbe in Tagikistan. L’aereo arrivava non si sapeva da dove e tardò di dieci ore. Passammo la notte, noi passeggeri, su delle sediacce semisfasciate, in una stanza fredda. Il Dododeovo che vedo adesso in tv, pur devastato dall’esplosione, è un aeroporto moderno, lucido, funzionale. Trasmette in pieno l’immagine di una Russia che è corsa avanti senza riuscire a scuotersi di dosso i problemi che storicamente l’affliggono.

Ben pochi, oggi, dubitano del fatto che gli attentatori di Domodedovo vengano dal Caucaso. Che siano ingushi, ceceni o dagestani poco importa. L’indice, in queste ore, si leva naturalmente verso Dokku Khamatovic Umarov, l’uomo che nel 2006-2007 ha guidato

Giovani fan dell'ex presidente, ora primo ministro. Sulla maglietta c'è scritto: "Voglio Putin".

Giovani fan dell'ex presidente, ora primo ministro. Sulla maglietta c'è scritto: "Voglio Putin".

l’autoproclamata Repubblica di Ichkeria (Cecenia) e poi, cacciato anche da lì, si è dato alla macchia, proclamando la nascita dell’Emirato del Caucaso e lanciando una serie di sanguinosi attacchi in Dagestan, Kabardino-Balkaria, Inguscetia, Cecenia e naturalmente in Russia. Umarov, che nel 2008 fece una dichiarazione pubblica per esaltare la legittimità degli attentati suicidi come metodo di lotta armata, ha rivendicato l’attentato del 29 marzo 2009 a Mosca, quando due donne si fecero saltare nella metropolitana uccidendo 40 persone.

Ha poca importanza, dopo tutto, capire chi abbia messo la dinamite nella borsa dell’ultimo kamikaze. Se avesse qualche rapporto con il piccolo club di tiro alla pistola saltato misteriosamente in aria il 31 dicembre 2010, alla periferia di Mosca, dove vivevano una donna (morta nell’esplosione) e il suo amante, poi arrestato e finito in carcere, stessa sorte dell’ex marito della morta. tutti e tre, ovviamente, originai del Caucaso. Interessa di più notare che proprio in queste settimane il dibattito che impegna gli intellettuali russi è se sia possibile, proprio a partire dal Caucaso, il collasso della Federazione Russa come Stato unitario.

E’ un dibattito vecchio come la Russia (quella post-sovietica, almeno) ma l’allarme è reale. Il mio vecchio amico Aleksej Malashenko, uno dei grandi sociologi russi, ricercatore presso il Carnegie Center di Mosca, se ne occupava già dieci anni fa ed è arrivato a una conclusione per certi versi sorprendente: “La dissoluzione della Russia è possibile, certo. Ma in modi e con cause che ncon i conflitti etnici possono avere anche poco o nulla a che fare. E’ più probabile che la frana cominci a Ovest, per esempio nella regione di Kaliningrad, o in Estremo Oriente. E in quel caso credo che il Caucaso sarà strenuo nel cercare di restare attaccato a Mosca, non fosse altro perché la capitale significa soldi. A Ovest, così come in Estremo Oriente, le questioni sono soprattutto economiche: quelle regioni ambirebbero a regolarsi in modo autonomo e il controllo di Mosca è sempre più detestato, oltre che essere sempre meno efficace”.

Dokku Khamatovic Umarov, il ceceno che vuole fondare l'Emirato del Caucaso.

Dokku Khamatovic Umarov, il ceceno che vuole fondare l'Emirato del Caucaso.

Malashenko, che si è espresso così con la Nezavisimaja Gazeta, uno dei quotidiani più prestigiosi del Paese, sottolinea anche il fatto che il secondo gruppo etnico dopo i russi, i tatari, sono 5 milioni e pieni di divisioni. Altrettanto si può dire, e forse anche di più, dei popoli del Caucaso. La sua tesi controcorrente si appoggia su elementi concreti.

Il problema, dunque, è politico. E qui viene chiamato in causa Vladimir Putin. La sua prima missione, da presidente, fu garantire maggiore stabilità alla Russia. Scelse la strada della centralizzazione: nel 2000 ridimensionò i poteri dei governatori regionali, nel 2004 li trasformò da eletti (dalle popolazioni locali) in nominati (dal Cremlino). Fu così creata una classe di superburocrati che, col tempo, si è trasformata in una congerie da romanzo di Gogol’. Perso ogni rapporto col territorio, sfladata qualunque intesa con le popolazioni, dispersa ogni ambizione di lavorare per la propria (piccola) patria. Corruzione alle stelle. Alienate per sempre le elite locali. Nel Caucaso tutto questo ha prodotto frammentazione e guerra, in altre regioni una deriva economicista (a Ovest promossa dal contatto con l’Europa, a Est da quello con la Cina rampante) che ora mette a rischio la Federazione. Nel 2012 la Russia va alle elezioni presidenziali e nel 2014 alle Olimpiadi invernali. Riportare Putin (e la sua visione politica) al Cremlino, nonostante i meriti da lui accumulati nel periodo post-Eltsin, potrebbe non essere una buona idea.

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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