Diamo i numeri
118: attivisti politici UCCISI DA ESTREMISTI ISLAMICI in Pakistan durante le campagna elettorale.
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Caro Grillo, se una canoista non sta bene al Governo, che ci fa un comico in politica? Ha fatto più la Idem come atleta di te come attore...
L’assassinio di Salman Taseer, governatore del Punjab, in Pakistan, da parte di una delle guardie che avrebbero dovuto proteggerlo, è uno di quei fatti drammatici che, con la reazione che provocano, possono cambiare in meglio o in peggio la storia di un Paese. Taseer è stato ucciso nella capitale Islamabad da un certo Malik Mumtaz Hussain Qadri, un poliziotto che da poco tempo era stato inserito nel suo staff e che solo per la terza volta svolgeva servizio di scorta. Dopo aver sparato, Qadri non ha cercato il martirio e si è subito arreso. Modalità che fanno pensare a un omicidio ben organizzato e pianificato da tempo, con complicità importanti: le sole che potevano portare il killer a contatto con una personalità come Taseer.

Salman Taseer con Asia Bibi (al centro, velata).
Salman Taseer, infatti, era sulla scena del Pakistan da molto tempo. Ci era salito come imprenditore delle comunicazioni, fondatore di uno dei gestori di telefonia più importanti del Paese e poi del primo canale televisivo pakistano per bambini, e come proprietario del Daily Times, quotidiano pakistano in lingua inglese. Ci era rimasto come ministro e poi come governatore del Punjab, la regione in cui vive più di metà della popolazione dell’intero Pakistan.
I tre giorni di lutto nazionale che il presidente Al Zardari ha proclamato dopo la morte di Taseer si spiegano, certo, anche con lo spessore del personaggio. Ma anche con la consapevolezza che questa morte mette la sua presidenza e il Governo di fronte a uno spinosissimo bivio. Taseer, infatti, è stato assassinato per le sue prese di posizione contro la “legge sulla blasfemia” (da lui definita “legge nera”), quella mostruosità giuridica che in Pakistan consente di spedire sotto processo, con l’incubo della condanna a morte, chiunque venga denunciato per aver bestemmiato il nome di Allah, senza che gli accusatori debbano presentare prove certe del “reato”.
Proprio quanto successo ad Asia Bibi, la giovane madre di tre figli, cristiana, finita in carcere per le accuse mosse da alcune sue compagne di lavoro musulmane e poi condannata a morte. Taseer si era pubblicamente speso per lei e aveva chiesto al presidente Al Zardari di graziarla. Lui, e il ministro delle Minoranze Shahbaz Bhatti (un cattolico), sono stati gli unici politici pakistani a esporsi con grande decisione contro la “legge sulla blasfemia”, attirandosi le ire delle frange più radicali dell’islam pakistano. Quelle ben rappresentate, per esempio, da Maulana Yousuf Qureshi, imam della moschea maggiore di Peshawar, che durante la preghiera del venerdì aveva offerto una ricompensa pari a 4.500 euro per chi avesse ucciso Asia Bibi.
Caso come questo non esauriscono, il quadro, ovviamente. Sono molti gli esponenti dell’islam moderato che, anche di recente, si sono espressi per una modifica della “legge sulla blasfemia”. All’Assemblea Nazionale (il Parlamento pakistano) pende una proposta di legge in tal senso presentata da Sherry Rehman, deputata ed ex ministro all’Informazione. Un intervento sempre più urgente, visto che dal 1986 al 2009 circa mille persone (tra le quali 479 musulmani e 119 cristiani) sono state trascinate in tribunale con l’accusa di aver profanato il nome di Allah, di Maometto o il Corano (dati Ncjp, Commissione nazionale Giustizia e Pace della Chiesa cattolica del Pakistan) e che la legge sempre più spesso serve da pretesto e da copertura per vendette personali o per attacchi contro le minoranze.
E’ altrettanto evidente, però, che chi si oppone a qualunque riforma gode non solo del favore dei fondamentalisti islamici e delle folle che essi riescono a manovrare, ma anche di appoggi e complicità importanti nelle istituzioni. L’assassinio di Salman Taseer è la più efficace delle conferme. Ora il presidente Al Zardari e il Governo devono dimostrare di saper reagire alla sfida. Qualunque esitazione sarebbe fatale alle ipotesi di riforma ma potrebbe esserlo anche per la tenuta dell’intero assetto politico. Al vertice aperto nelle intenzioni ma fragile, troppo fragile nelle azioni concrete.
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