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Diamo i numeri
118: attivisti politici UCCISI DA ESTREMISTI ISLAMICI in Pakistan durante le campagna elettorale.
Ultimo cinguettio
Caro Grillo, se una canoista non sta bene al Governo, che ci fa un comico in politica? Ha fatto più la Idem come atleta di te come attore...
E’ un peccato che l’azione di contro-propaganda americana abbia quasi sepolto l’importanza dei file diffusi da Wikileaks. Pericolosi, per gli Usa, proprio perché non rivelavano nulla di segreto ma confermavano ciò che quasi tutti immaginavano. Per esempio che in Afghanistan la missione militare internazionale, lanciata nel 2001 per liberare il Paese, è ormai ostaggio, dal punto di vista politico, del presidente Karzai. Il quale, da creatura degli Usa, si è ormai trasformato nel controllore non solo di Obama ma anche degli altri capi di Stato che partecipano al tentativo di raddrizzare le sorti dell’Afghanistan.

Hamid Karzai, presidente dell'Afghanistan.
Di Karzai si sanno ormai molte cose. Che è il perno di un diffusissimo sistema di corruzione che opera a favore di parenti e membri dello stesso clan (Transparency International piazza l’Afghanistan dietro la sola Somalia per corruzione). Che è inefficiente (l’Afghanistan è tuttora il posto più pericoloso per un bimbo che vuol nascere: 257 morti ogni 1.000 parti). Che gran parte delle sue imprese di governo sono volte a favorire la tribù d’origine, per altro di gran lunga la più forte (42% della popolazione; il secondo gruppo, i tagiki, è al 27%), cioè la tribù pashtun. Queste sono peraltro le caratteristiche di gran parte degli uomini che sono finiti al potere grazie alle imprese occidentali in Africa, in Asia e in America del Sud, almeno fino ad anni recenti.
I documenti di Wikileaks, però, dimostrano che Karzai persegue una propria agenda che, sul terreno, ha poco a che fare con i propositi della missione internazionale Isaf che, sarà bene ricordarlo, impegna 130.432 militari appartenenti a contingenti di 48 Paesi; il contributo maggiore è fornito dagli Stati Uniti (90.000 unità), seguiti dal Regno Unito (9.500), dalla Germania (4.388), dalla Francia (3.750 unità), dall’Italia (3.300), dal Canada (2.922), dalla Polonia (2.417) e dalla Turchia. In più, c’è anche Enduring Freedom, la missione americana, con altre decine di migliaia di soldati.
Nei dispacci inviati a Washington da Karl Elkenberry, ambasciatore Usa a Kabul, salta fuori che Karzai è intervenuto spesso, negli ultimi anni, per rimettere in libertà criminali, trafficanti di droga e combattenti poi tornati sul campo di battaglia a sparare ai soldati occidentali, tra i quali forse anche gli italiani. E’ successo nel 2007, quando dal carcere gestito dalle truppe Usa a Bagram i detenuti venivano trasferiti a prigioni gestite dalla polizia afghana. Poi nel 2008, quando in un colpo solo furono rimessi in libertà 104 prigionieri. Infine nel 2009, quando una banda di trafficanti di droga, a suo tempo arrestati con 130 chili di eroina, fu lasciata andare con il presteto che alcuni dei banditi erano parenti di due “martiri” della guerra contro i talebani.
Insomma: la coalizione militare fa e Karzai disfa. Ma nessuno osa dire nulla perché liquidare il Presidente significherebbe mettersi contro i pashtun, che dalla presidenza traggono grandi vantaggi, e quindi crearsi molte altre grane. Così ai primi di dicembre Barack Obama è volato improvvisamente a Kabul (e subito dopo Robert Gates, suo ministro della Difesa, ha dichiarato che “Karzai è un grande statista”), prontamente seguito dal premier inglese David Cameron e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Tutti a omaggiare la volpe a cui hanno consegnato la chiave del pollaio.
Per finire in bellezza, bisogna notare che anche in Afghanistan, come già in Iraq, le elezioni politiche hanno lasciato un Paese più che mai diviso. Il rinnovo della Wolesi Jirga (Camera Bassa) del Parlamento ha prodotto un risultato a sorpresa: calo secco dei seggi conquistati dai candidati pashtun (dai 115 ottenuti nel 2005 ai 100 del 2010, sui 249 totali), nonostante una serie di accuse di brogli a Karzai e ai suoi. Un chiaro messaggio di insoddisfazione degli elettori i quali, nelle aree a predominanza pashtun si sono spesso astenuti dal voto. Con una coda che non si è ancora dispersa: gli organismi elettorali, forse per evitare unteriori delusioni al Presidente, hanno voluto chiudere in tutta fretta la conta mentre la Procura della Repubblica, che subodora la truffa, ha aperto un’ulteriore indagine. E siamo a fine anno, le elezioni si sono svolte in settembre e chissà quando si saprà, se mai si saprà, che cos’è successo davvero.
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2010, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
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