Diamo i numeri
154.000: ettari COLTIVATI A PAPAVERO DA OPPIO in Afghanistan nel 2012. Più 18% sul 2011.
Ultimo cinguettio
Polanski e la moglie Emmanuelle Seigner sono terribili a vedersi, sembrano usciti da un film di Polanski.
Dieci giorni dopo la strage nella chiesa siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso (44 civli, 7 poliziotti e 3 sacerdoti uccisi), i cristiani di Baghdad sono diventati bersaglio di una vera azione militari. Prima le bombe, poi i colpi di mortaio, infine il rastrellamento porta a porta. E’ questa la realtà dell’Iraq ch’era stato frettolosamente dichiarato libero e democratico, mentre libero dalla paura non è (prima di quelli contro i cristiani c’erano state altre stragi contro pellegrini e quartieri musulmani a Kerbala, Najaf, Bassora e nella stessa Baghdad) e democratico nemmeno, visto che a otto mesi dalle elezioni il premier sconfitto, Nur al Maliki, resterà a capo del Governo mentre il leader vincitore, Ayad Allawi, deve accontentarsi della presidenza del Parlamento.

La disperazione di un ragazzo di Baghdad dopo la nuova serie di attentati contro i cristiani della capitale irachena.
Dentro la situazione generale dell’Iraq si fa ancor più drammatica, se possibile, quella dei cristiani. La comunità aveva cominciato a ridursi già all’epoca della Guerra del Golfo, ma con la guerra del 2003 e la violenza che ne è seguita, lo stillicidio è diventato un fiume in piena. Da circa 1 milione i cristiani si sono ridotti a meno di 500 mila, con grossi insediamenti in Siria e Giordania. Quelli che sono rimasti hanno provato a concentrarsi nella regione di Mosul, dove peraltro affondano le radici del cristianesimo iraceno: da lì, nell’ottavo secolo, quando il Paese era già stato sommerso dall’onda in espansione dell’islam, erano partiti i missionari che avrebbero cristianizzato parte dell’Asia e persino del Giappone. In quello stesso Nord che era la loro culla, però, i cristiani sono finiti nella morsa del contrasto tra i curdi e gli arabi per il controllo delle regioni petrolifere e degli oleodotti che portano verso la Turchia. Le cronache dei rapimenti, delle uccisioni, delle minacce di questi anni è nota a tutti.
A Baghdad, dopo le incredibili violenze del 2003-2006, la situazione sembrava essersi stabilizzata. Certo, il numero dei cristiani era stato drasticamente ridotto dagli spostamenti interni (verso il Nord, appunto) e dall’emigrazione, passando da 450 mila a 150 mila persone. Fino a poco tempo fa, però, nessuno avrebbe potuto prevedere una simile campagna di violenza organizzata. Dopo la strage nella chiesa di Nostra Signora, Al Qaeda aveva proclamato che i cristiani erano “obiettivi legittimi” nella campagna del terrore. Ma si respirava comunque un pizzico di maggiore ottimismo.
Quanto è successo in pochi giorni riporta la situazione indietro di mesi, forse di anni. Resta difficile, tra l’altro, distinguere la violenza a sfondo etnico e religioso da quella della criminalità comune, gli attentati di Al Qaeda dalle rapine e dalle estorsioni. Spesso le sparatorie servono a ottenere l’abbandono di una casa, di un negozio, di un’attività, e non è difficile mascherarle da azioni politiche. Il premier Nur al Maliki, ieri, ha solennemente chiesto ai cristiani iracheni di non lasciare il Paese e si è impegnato ad agire affinché “il mazzo di fiori delle comunità irachene rimanga completo e unito”. Sarà difficile che i cristiani gli credano. L’esperienza del suo primo Governo non è incoraggiante, in questo senso. E su tutto aleggia l’articolo 2 della Costituzione. Quello che proclama “illegittima” qualunque legge dello Stato che sia in contrasto con la shar’ia, la legge islamica.
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