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CRISTIANI IN IRAQ, VIVERE NELLA PAURA

Monsignor Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad dei Latini, non gira intorno alle parole. “I cristiani iracheni vivono nella paura. La paura di ritrovarsi cittadini e iracheni di serie B in una futura Repubblica islamica stretta tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita”.

Donne cristiane irachene in una chiesa di Mosul.

Donne cristiane irachene in una chiesa di Mosul.

A Roma per partecipare al Sinodo dei vescovi del Medio Oriente, monsignor Sleiman descrive l’Iraq con argomenti lucidi e toni accorati. “Tutti mi chiedono: come sta l’Irak? Beh, il Paese sta meglio nel senso che c’è meno violenza di prima, ma i grandi problemi degli non sono stati affrontati. Non è difficile elencarli. Primo: l’unità del Paese. Nulla di serio è stato intrapreso in questo senso, anzi, i segnali vanno tutti nel senso di una lenta disgregazione. Secondo: i poteri del Governo centrale. Oggi sono inferiori a quelli dei poteri regionali, e faccio un esempio: quando la Turchia bombarda i curdi, il Governo dell’Irak non può intervenire, nemmeno per offrire aiuto e sostegno, se non ha il permesso del Governo del Kurdistan. Terzo: La Costituzione. Averla approvata è stato un passo avanti importantissimo ma non possiamo nasconderci i problemi. La Carta attesta la libertà di coscienza ma l’articolo 2 dichiara che nessuna legge può essere approvata in contrasto con la shar’ia, la legge islamica. Come può essere? Quarto: la spartizione delle risorse naturali. Anche qui, la questione resta aperta. Quinto: la riconciliazione. Nulla anche per questo obiettivo, secondo me decisivo”.

– E i cristiani iracheni, quelli rimasti nel Paese dopo gli anni della persecuzione e dell’esilio, come vivono?

“Il quadro non è uniforme”, risponde monsignor Sleiman: “Ci sono due situazioni estreme: da un lato le aree dominate dai gruppi fondamentalisti, che ancora perseguitano i cristiani e li costringono a fuggire o ad accettare la condizione di dhimmi, di sottoposti che devono

Monsignor Jean Benjamin Sleiman.

Mons. J. B. Sleiman.

pagare tasse di ogni tipo per farsi non accettare ma sopportare; dall’altro il Kurdistan, dove c’è libertà piena. Tra questi due poli si alternano condizioni intermedie: poche e sparse isole di convivenza in cui cristiani e musulmani stanno bene insieme, vivono in pace; e aree in cui non si può parlare di persecuzione ma in cui la minoranza cristiana deve adottare usi e costumi della maggioranza musulmana, dal cibo agli abiti alle cerimonie nuziali”.

- Come si può reagire, o almeno resistere?

“La Chiesa dell’Irak, soprattutto dopo questo Sinodo, deve smettere di pensare in termini di fuga e cominciare a pensare in termini di ricostruzione. L’Irak è oggi un uomo ferito o molto malato. Bisogna aiutarlo a liberarsi dal virus di un passato troppo pesante. Per esempio, che cosa possiamo fare per le ragazze, per le donne? Come aiutarle a liberarsi dai vincoli di una società tribale? Come garantire loro una formazione e poi la libertà per esercitarla? E poi, certo, abbiamo bisogno di aiuto per rispondere alle sfide concrete, quotidiane, che sono enormi. Secondo l’Onu ci sono due milioni e mezzo di bambini con problemi psicologici o di salute cronici. Da soli non possiamo farcela”.

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