Diamo i numeri
118: attivisti politici UCCISI DA ESTREMISTI ISLAMICI in Pakistan durante le campagna elettorale.
Ultimo cinguettio
Lodi, italiano uccide rumena. Genova, italiano riduce in fin di vita una cubana. Nessun banchetto della Lega in vista.
Monsignor Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad dei Latini, non gira intorno alle parole. “I cristiani iracheni vivono nella paura. La paura di ritrovarsi cittadini e iracheni di serie B in una futura Repubblica islamica stretta tra l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita”.

Donne cristiane irachene in una chiesa di Mosul.
A Roma per partecipare al Sinodo dei vescovi del Medio Oriente, monsignor Sleiman descrive l’Iraq con argomenti lucidi e toni accorati. “Tutti mi chiedono: come sta l’Irak? Beh, il Paese sta meglio nel senso che c’è meno violenza di prima, ma i grandi problemi degli non sono stati affrontati. Non è difficile elencarli. Primo: l’unità del Paese. Nulla di serio è stato intrapreso in questo senso, anzi, i segnali vanno tutti nel senso di una lenta disgregazione. Secondo: i poteri del Governo centrale. Oggi sono inferiori a quelli dei poteri regionali, e faccio un esempio: quando la Turchia bombarda i curdi, il Governo dell’Irak non può intervenire, nemmeno per offrire aiuto e sostegno, se non ha il permesso del Governo del Kurdistan. Terzo: La Costituzione. Averla approvata è stato un passo avanti importantissimo ma non possiamo nasconderci i problemi. La Carta attesta la libertà di coscienza ma l’articolo 2 dichiara che nessuna legge può essere approvata in contrasto con la shar’ia, la legge islamica. Come può essere? Quarto: la spartizione delle risorse naturali. Anche qui, la questione resta aperta. Quinto: la riconciliazione. Nulla anche per questo obiettivo, secondo me decisivo”.
– E i cristiani iracheni, quelli rimasti nel Paese dopo gli anni della persecuzione e dell’esilio, come vivono?
“Il quadro non è uniforme”, risponde monsignor Sleiman: “Ci sono due situazioni estreme: da un lato le aree dominate dai gruppi fondamentalisti, che ancora perseguitano i cristiani e li costringono a fuggire o ad accettare la condizione di dhimmi, di sottoposti che devono

Mons. J. B. Sleiman.
pagare tasse di ogni tipo per farsi non accettare ma sopportare; dall’altro il Kurdistan, dove c’è libertà piena. Tra questi due poli si alternano condizioni intermedie: poche e sparse isole di convivenza in cui cristiani e musulmani stanno bene insieme, vivono in pace; e aree in cui non si può parlare di persecuzione ma in cui la minoranza cristiana deve adottare usi e costumi della maggioranza musulmana, dal cibo agli abiti alle cerimonie nuziali”.
- Come si può reagire, o almeno resistere?
“La Chiesa dell’Irak, soprattutto dopo questo Sinodo, deve smettere di pensare in termini di fuga e cominciare a pensare in termini di ricostruzione. L’Irak è oggi un uomo ferito o molto malato. Bisogna aiutarlo a liberarsi dal virus di un passato troppo pesante. Per esempio, che cosa possiamo fare per le ragazze, per le donne? Come aiutarle a liberarsi dai vincoli di una società tribale? Come garantire loro una formazione e poi la libertà per esercitarla? E poi, certo, abbiamo bisogno di aiuto per rispondere alle sfide concrete, quotidiane, che sono enormi. Secondo l’Onu ci sono due milioni e mezzo di bambini con problemi psicologici o di salute cronici. Da soli non possiamo farcela”.
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