CAUCASO, UN INCUBO PER LA RUSSIA

T ra qualche settimana scoccherà il sedicesimo anniversario da quando, l’11 dicembre 1994, il Cremlino diede il via alla prima guerra di Cecenia. Il fallito attentato suicida al Parlamento di Grozny potrebbe, quindi, essere solo il primo dei gesti escogitati dagli indipendentisti per solennizzare a modo loro la ricorrenza.

Un ragazzo ceceno gioca alla guerra.

Un ragazzo ceceno gioca alla guerra.

Questo dimostra che la Russia ha ancora un problema con la Cecenia? Se così fosse, si potrebbe forse festeggiare in senso proprio. La Russia ha un problema con il Caucaso intero, il che è molto più grave e pericoloso. Da quando Boris Eltsin si lanciò nel disastroso attacco, è successo proprio quanto la dirigenza moscovita sperava di evitare: il morbo del separatismo è dilagato nella regione e il germe della disgregazione incide sempre più a fondo nella carne viva della società. A dispetto dell’attentato di ieri, la Cecenia non è il punto più critico: c’è più violenza e radicalismo islamico in Daghestan, più miseria in Inguscezia, più tensione etnica in Ossezia del Nord e militare in Ossezia del Sud. Ma se proviamo a unire i singoli punti, spunta un unico ribollente insieme di bande armate, criminalità organizzata, sottosviluppo economico, fanatismo religioso, corruzione e risentimento anti­russo, in una regione che ha più o meno 8 milioni di abitanti dei quali solo poco più di 3 milioni sono di etnia russa.

La mappa del Caucaso.

La mappa del Caucaso.

A questo punto si è arrivati soprattutto per due ragioni. Da un lato, la totale mancanza di fantasia politica del Cremlino, che ha finito con l’acuire la malattia invece di curarla. Per risolvere l’enorme pasticcio lasciato dall’Urss in quest’area (popoli sradicati e decimati da Stalin, poi tenuti in miseria dai suoi successori), Vladimir Putin si è affidato, paradossalmente, al più sovietico dei metodi: stroncare i disordini e poi affidare i superstiti alle “cure” di un capo-clan locale, ma fedele a Mosca. Il caso dei due Kadyrov, padre e figlio, che si sono succeduti alla presidenza della Cecenia, è tipico ma non unico. Al resto ha provveduto la riforma varata dallo stesso Putin nel 2004, con l’abolizione dell’elezione diretta dei governatori locali, da allora in poi indicati dal Cremlino. Come conseguenza, la situazione è deflagrata in Daghestan e una Repubblica come l’Inguscezia, che aveva resistito in relativa tranquillità alla guerra in Cecenia grazie all’abilità del governatore Ruslan Aushev, è diventata un focolaio di ruberie di Stato e di estremismo islamico.

Al resto (ed è la seconda ragione) ha provveduto la rivalità mondiale per il controllo delle risorse energetiche, giunta al culmine con la folle corsa (2006-2008) del prezzo del petrolio. Da zona periferica dello Stato imperiale russo-sovietico, da cuscinetto tra i Paesi musulmani e quelli cristiano-ortodossi, il Caucaso è diventato snodo cruciale, sull’asse Nord-Sud come testimoniano i rapporti tra Russia e Iran ma ancor più su quello Est-Ovest, della commercializzazione di gas e petrolio. Gli Usa hanno fatto irruzione, prima sponsorizzando il cambio di regime in Georgia e l’insediamento dell’attuale presidente Saakashvili, poi collegando Azerbaigian, Georgia e Turchia con l’oleodotto BTC, inaugurato nel 2006. La presenza di un interlocutore nuovo e ingombrante come gli Usa ha fatto saltare il tavolo, come la guerra tra Russia e Georgia (2008) ha dimostrato.

E i buoni propositi del presidente russo Medvedev, che nel gennaio 2010 ha creato il distretto del Caucaso del Nord per dare impulso agli interventi di tipo economico e sociale, in contrapposizione alla “filosofia Putin”, sono per ora rimasti in gran parte sulla carta.

Pubblicato su Avvenire del 20 ottobre 2010

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", per cui continuo a lavorare come editorialista. Nel 2010 ho varato l'edizione on-line del giornale. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008).

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