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OBAMA “SFIDA” ISRAELIANI E PALESTINESI

Essere ottimisti sui colloqui di pace tra Israele e palestinesi, in una qualunque delle infinite declinazioni a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni, è sempre stato il sistema più sicuro per passare da ingenui. Giusto quindi chiedersi: perché dovremmo cambiare atteggiamento adesso? Perché Barack Obama dovrebbe riuscire in ciò che non è riuscito ad altri presidenti americani, forse persino più solidi di lui?

La stretta di mano tra Benjamin Netanyahu (a sinistra) e Abu Mazen "sponsorizzata" da Barack Obama.

La stretta di mano tra Benjamin Netanyahu (a sinistra) e Abu Mazen "sponsorizzata" da Barack Obama.

Proprio in questo caso, invece, ci pare che essere almeno un poco fiduciosi sia la cosa giusta da fare. Intanto per non ritrovarsi allineati con i disfattisti di professione, quelli appunto impegnati a distruggere, dagli assassini che fiancheggiano Hamas ad Ahmadinejad ai fanatici che vorrebbero solo cacciare tutti i palestinesi e farli deportare altrove. Ma poi, e più concretamente, perché questo inizio di dialogo tra israeliani e palestinesi già cambia un poco le cose per il solo fatto di essersi manifestato. Da 20 mesi le due parti non si  parlavano, ora lo fanno. Sarà una scena già vista e stravista, con altri nomi e altri volti, ma quella in cui Netanyahu e Abu Mazen si stringono la mano sta già facendo il giro del mondo.

Dietro quella foto c’è un fatto sostanziale: il rinnovato impegno della Casa Bianca. Quando si giudica con scetticismo e ironia quanto sta avvenendo, si dimentica un dato fondamentale: per dieci anni gli Usa si sono totalmente disinteressati della questione, accettando così il lento degenerare di un equilibrio che comunque non piaceva ad alcuno. George Bush andò in Israele per la prima volta a pochi mesi dalla scadenza del secondo mandato, una visita di protocollo a un vecchio e tradizionale alleato da cui, infatti, non uscì nulla. Obama accetta le insidie dell’ennesima sfida mediorientale proprio nel momento per lui più difficile, di fronte a un elettorato che per il 18% ancora lo considera di religione musulmana ed è dunque gonfio di pregiudizio. Un fallimento dei colloqui sarebbe pericoloso per tutti ma mortale per Obama il quale, a questo punto, dovrà gettare tutto il peso diplomatico degli Usa nella trattativa.

Dal punto di vista politico è una specie di “vincere o morire” che, paradossalmente, conforta nell’ottimismo. La difficoltà maggiore, in Israele e Palestina, non è far passare l’idea della pace. La mission impossible finora è stata far capire che per arrivare alla pace, cioè a un guadagno per tutti, sono necessari sacrifici da parte di tutti. Nessuno vuol fare la prima concessione e il risultato qual è? I palestinesi sono spaccati in due, tra Gaza e Cisgiordania, Hamas e Al Fatah, una maggioranza che ha ormai accettato l’idea di Israele e una minoranza armata tuttora convinta che Israele potrà un giorno essere cancellato. Israele si ritrova oggi con una minoranza ultraortodossa molto agguerrita e folta, ostile alla prospettiva di uno Stato palestinese e capace di condizionare le scelte del Paese. Oggi gli insediamenti non sono più un’esigenza della sicurezza ma la concessione da fare a una serie di potenti gruppi di pressione.

Israeliani e palestinesi potranno accettare quelle che Netanyahu ha definito ieri “dolorose concessioni specifiche da entrambe le parti” solo se si sentiranno costretti e insieme appoggiati dagli Usa e, per conseguenza, dalla comunità internazionale. Obama e la Clinton provano a farlo ed è un’ottima cosa. Intanto Netanyahu e Abu Mazen potranno utilmente segnarsi una celebre frase di Shimon Peres, attuale presidente di Israele: “Il processo di pace è come una notte di nozze in un campo minato”. Vero. Ma o così o niente nozze.

Pubblicato su Avvenire del 4 settembre 2010.

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