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TROPPO COMODO SPARARE SUGLI AIUTI

Nella sonnacchiosa indifferenza di questo 19 agosto è scivolata via la seconda Giornata mondiale dell’aiuto umanitario, istituita dall’Assemblea generale dell’Onu nel dicembre 2008 in memoria di Sergio Vieira de Mello, inviato speciale delle Nazioni Unite in Iraq, ucciso con altre 22 persone dai terroristi, a Baghdad, il 10 agosto 2003. Ed è significativo che nessuno abbia ricordato queste vittime, accorse disarmate in Iraq per aiutare i civili, proprio mentre di aiuto umanitario c’è gran bisogno, dalla Russia degli incendi all’India e al Pakistan delle inondazioni.

aiuti

Ovviamente non è un caso. Nei Paesi “incivili” gli operatori delle organizzazioni umanitarie vengono sempre più spesso (e sempre più spesso strumentalmente) identificati come portatori di un ideologia politica o di un credo religioso avverso, e come tali combattuti. Nel 2009 ben 102 di loro sono stati uccisi (88 “locali” e 14 internazionali), contro i 30 caduti solo 10 anni prima, nel 1999. Altri 92 sono stati rapiti (20 nel 1999) e 278 sono stati attaccati e feriti in 139 agguati. L’aiuto umanitario è ormai diventato una guerra combattuta a mani nude.

Ma non basta. Nei Paesi “civili” l’aiuto e la cooperazione allo sviluppo sono ai minimi storici per quanto riguarda gli Stati, tranne che in pochi casi (Canada, Norvegia…) lontanissimi da

Sergio Vieira de Mello, l'inviato dell'Onu ucciso a Baghdad nel 2003 con altre 22 persone.

Sergio Vieira de Mello, l'inviato dell'Onu ucciso a Baghdad nel 2003 con altre 22 persone.

quella soglia dello 0,75% del Pil che, in un lontano e dimenticato trattato, avrebbe dovuto essere dedicata proprio al sostegno dei Paesi poveri. Di quegli obiettivi parliamo ritualmente nei G8, mentre si diffonde una cultura dell’egoismo che non fatica a trovare appigli psicologici cui aggrapparsi: il terrorismo islamico, le dittature africane, l’ambiguità asiatica. E poi, certo, le Ong che “campano sulle miserie altrui” (cito), facendo un unico minestrone di preparati e improvvisati, di giusti e ingiusti.

Lo si vede bene con la crisi del Pakistan (20% del territorio devastato dalle acque, quasi 2 mila persone morte, 3 milioni e mezzo di bambini a rischio di malattie mortali a causa dell’inquinamento degli acquedotti), per la quale l’Onu non riesce a trovare 650 milioni di dollari per l’emergenza. I funzionari delle Nazioni Unite hanno spiegato che questo succede perché il Pakistan non gode di buona fama in Occidente, non è simpatico. Certo, a usare il cervello si capisce subito che quello, in quella regione, è un Paese da aiutare, da tenersi amico. Ma invece no, i poveri devono anche essere simpatici.

Così come i poveri hanno l’obbligo di essere seri, molto più seri di noi. Sono arrivati negli ultimi tempi nuovi geniacci a spiegarci che gli aiuti hanno fatto più male che bene all’Africa. E’ possibile, in qualche caso certo. In generale manca la controprova (chi lo dice che senza aiuti sarebbero andati meglio?) ma è facile capire che, se gli aiuti venivano intercettati da dittatori e tiranni, non era certo il popolo a goderne. Ma perché parlare proprio degli aiuti? E le vendite di armi, con cui molti di quegli aiuti venivano subito “recuperati”? Quelle hanno fatto bene all’Africa? E il sostegno politico-economico (per dire dell’Italia recente: da Siad Barre in Somalia a Gheddafi in Libia), quello ha dati frutti migliori?

Girando un po’ il mondo ho visto personale umanitario fare spesso cose meravigliose e qualche volta cose pessime.  Ma tra le tante categorie con cui uno può prendersela, non sono certo loro la prima che mi viene in mente.

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