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PAKISTAN, DOVE LA CARITA’ E’ POLITICA

Sarebbe ingiusto tentare una graduatoria del dolore che l’incredibile serie di calamità naturali sta provocando, dalla Russia all’Europa centrale all’Asia, in questa estate così crudele. E’ giusto, invece, sollecitare una maggiore attenzione per quello che, con ogni evidenza, pare il fronte più inquietante: il Pakistan. Intanto per le dimensioni della tragedia. Le inondazioni hanno devastato il 20% del territorio del Paese, uccidendo quasi 2 mila persone e provocando 20 milioni di sfollati. E il peggio potrebbe ancora venire, perché le condizioni meteorologiche sono tuttora incerte e la devastazione delle già precarie infrastrutture, con il pesante inquinamento delle condotte d’acqua, mette a rischio la vita di 3 milioni e mezzo di bambini che potrebbero contrarre malattie per loro fatali.

Un'immagine della calamità che ha colpito il Pakistan e ha devastato il 20% del suo territorio.

Un'immagine della calamità che ha colpito il Pakistan e ha devastato il 20% del suo territorio.

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, che si è precipitato in Pakistan, non ha esitato a parlare “del peggior disastro umanitario mai visto” e ha invitato la comunità internazionale a farsi più sollecita nell’inviare aiuti al Governo locale. Servono per la prima emergenza almeno 640 milioni di dollari. Gli Usa, con la tradizionale capacità di mobilitazione, ne hanno subito versati 70, ma Ban Ki-Moon non ha parlato a caso. I fondi scarseggiano e, a una settimana dall’appello lanciato dall’Onu, è stato raccolto solo un quinto della somma richiesta.  C’è grande sproporzione tra l’ampiezza della tragedia pakistana e la coscienza che ne ha l’opinione pubblica. Per dirla con le parole di Elizabeth Byrs, portavoce dell’ufficio per il Cooordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite: “Il Pakistan patisce purtroppo un deficit di immagine in Occidente. Quindi è sempre, come per esempio lo Yemen, tra i Paesi poco finanziati”.

E’ un dramma nel dramma. La Byrs non ha potuto dire apertamente, come fanno invece esponenti di Ong e associazioni, ciò che tutti sanno: senti Pakistan e pensi subito a talebani, terroristi, affari pochi chiari dei servizi segreti, la bomba atomica, le scuole coraniche, l’Afghanistan. Pensi insomma alla politica di quell’area e, a quanto pare, ti passa la voglia di dare una mano. Ma queste sono proprio le ragioni che, al contrario, dovrebbero renderci tutti più attenti e solleciti. Un Occidente distaccato e lontano fa il gioco dei fondamentalisti, che infatti in queste ore chiedono al Governo del presidente Al Zardari di non accettare aiuti esterni per dimostrare, anche al prezzo di enormi sofferenze per la popolazione, la propria “indipendenza”. L’inefficienza dei soccorsi va a tutto vantaggio di gruppi come Jama’at-ud-Da’wah, associazione “caritatevole” collegata ai terroristi di Lashkar-e-Toiba (responsabili degli attentati a Mumbai nel 2008, con 200 morti), in questi giorni assai attiva nelle zone più colpite dal disastro. L’indebolimento di una presidenza già non saldissima come quella di Al Zardari, che sarebbe inevitabile se il meccanismo degli aiuti fosse troppo debole o inefficiente agli occhi dei pakistani, contribuirebbe a indebolire l’intera regione, con gran soddisfazione di chi, in Afghanistan e anche altrove, lavora con tenacia e cinismo proprio a questo scopo.

Gli Usa sono stati i primi a intervenire concretamente perché sono anche i primi a subire, sul terreno, le conseguenze di tutto questo. Sanno quanto sia prezioso un Pakistan alleato e non ostile. Ma nessun Paese, in questo mondo interconnesso, può dirsi estraneo. Ecco un’occasione in cui l’alta politica delle cancellerie e l’umile solidarietà dei cittadini possono darsi una mano a vicenda.

Pubblicato su Avvenire del 17 agosto 2010.

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