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SILVIO DIVORA TUTTO. ANCHE SE STESSO

Tutti presi come siamo da scandali veri e presunti, elezioni anticipate o rinviate, scissioni possibili o immaginarie, ci stiamo dimenticando di un elemento importante: la crisi in corso è tutta frutto delle convulsioni del centro-destra, la sinistra e in generale le opposizioni non hanno, per quanto sta succedendo, né merito né colpa. Per certi versi è sconsolante. Ora, però, importa piuttosto notare che il centro-destra, quello che almeno chiamiamo con questo nome, divora se stesso e così facendo scivola sempre più a destra.

Silvio Berlusconi in uno dei suoi "predellini".

Silvio Berlusconi in uno dei suoi famosi "predellini".

Alla luce di quanto abbiamo visto in questi anni, credo sia inevitabile. Quella di Silvio Berlusconi sul PdL è una leadership, indubbiamente. Ma è soprattutto una ownership, un diritto di proprietà. Che nasce con la fondazione del “partito azienda” e prosegue negli anni con la mancanza di qualunque struttura degna di un partito, l’assoluta mancanza di dibattito interno, una linea politica che, dietro la cortina fumogena degli slogan e dei provvedimenti populistici di pronta beva (la stretta sugli immigrati, i militari in strada, lo scudo fiscale… ), è così poco definita da risolversi in poco più di un richiamo al motto “legge, ordine ed mercato”. L’originale rimando al liberismo, per quanto incongruo da parte di un industriale che difende con le unghie e con i denti della politica la propria posizione dominante nella finanza e nelle telecomunicazioni (e viceversa), è andato perso da molto tempo, ed è stato poi sepolto dalla crisi economica gobale, che ha riportato ovunque in auge il ruolo degli Stati.

Ma non solo. Il “caso Berlusconi” è per sua natura estraneo alla tradizione della democrazia occidentale. In nessun altro Paese moderno si dà il caso che l’uomo più ricco ed economicamente potente del Paese sia anche quello che occupa la carica politica di maggior potere. E dico moderno perché mi vengono in mente solo due altri casi: Taksin Shinawatra, boss delle televisioni e primo miniustro della Thailandia dal 2001 al 2006; e il colonnello Muhammar Gheddafi che ha fatto un percorso uguale ma contrario, da uomo di potere politico è diventato il primo industriale e finanziere privato della Libia.

Per mantenere questa duplice eccezionalità (la condizione di ownership del PdL e del Paese), Berlusconi ha bisogno di un movimentismo continuo che lo tenga al centro dell’attenzione e gli conservi il ruolo di perno del sistema. Lo si è ben visto nell’unica occasione di dibattito interno al proprio schieramento politico, quello con Gianfranco Fini: quando la discussione è rimasta nel partito, Berlusconi ha preparato per Fini una specie di processo di stampo stalinista; quando la discussione è andata oltre, come in queste settimane, Berlusconi si è affidato alla fabbrica del fango. Perché se si discute sul serio, di politica, la figura di Berlusconi perde l’aura mistica del padre-padrone e può solo uscirne appannata. Ecco perché la vita del suo partito è segnata da continui cambiamenti (di nome, in mancanza di meglio), da revisioni-espulsioni (Casini e i suoi, Fini e i suoi), da predellini e bagni di folla, da campagne di stampa. Qualunque cosa pur di non accettare la sfida di un normale dibattito politico.

Un simile atteggiamento emargina progressivamente i moderati (i Tabacci, i Pisanu, per fare solo qualche nome) e fa il gioco della Lega Nord. Nell’attuale maggioranza è solo la Lega a fare politica, ben felice peraltro di lasciare a Berlusconi tutti gli oneri e gli onori della scena. Anche perché Bossi e i suoi usano i termini oltranzisti per l’arena nazionale ma sanno campare, sanno che cosa fa consenso o meno, ben si guardano dall’irritare i “poteri forti” delle zone di competenza, e sul territorio applicano politiche assai più moderate: la Verona dell’intransigente Tosi è anche una delle città dove gli immigrati, indispensabili all’apparato economico, sono meglio integrati. Il Cavaliere lo sa e infatti, mentre i giannizzeri strepitano di elezioni, lui sta ben attento a non spingersi troppo oltre. Il rischio che corre è di andare a un voto in cui la Lega potrebbe rubargli altre quote di consenso e capovolgere la natura stessa della maggioranza: da PdL più Lega a Lega più PdL.

Io credo che il centro-sinistra e (di nuovo) le opposizioni in generale non dovrebbero farsi intimorire dalle ventilate elezioni anticipate che, in realtà, piacciono a pochi. L’intreccio economia-politica che fa da nerbo al sistema Berlusconi è troppo forte, e ha troppe clientele, per essere rapidamente sconfitto. La sua stessa natura, però, gli impedisce di governare nel senso vero del termine e, anzi, lo obbliga a un movimentismo che ha per fine quasi esclusivo il mantenimento del potere. Durerà ma non andrà lontano. Di questo tempo sarà bene approfittare per costruire un’alternativa degna di questo nome. Perché delle tante cose che ha detto Luca Cordero di Montezemolo, una è giusta di sicuro: Berlusconi vince anche (anche) perché ha pochi e deboli avversari. Quando ne aveva di tosti riusciva anche a perdere, eccome.

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2 Responses to SILVIO DIVORA TUTTO. ANCHE SE STESSO

  1. Enrico Usvelli

    16 August 2010 at 16:32

    Non ti pare che si stia assistendo al fallimento del bipolarismo?
    Già si era visto a sinistra con l’ultimo governo Prodi, ora che Berlusconi perde colpi mi pare che anche a destra ci siano almeno tre partiti che non vanno esattamente d’amore e d’ccordo).

  2. Fulvio Scaglione

    16 August 2010 at 17:42

    Caro Enrico,
    credo sia fuor di dubbio che l’Ulivo ieri (l’uno e ancor più il due) come il PdL oggi siano agglomerati molto eterogenei, troppo per chiamare tutto questo “bipolarismo”. Credo anche, però, che quella sia la strada da imboccare, prima o poi. Ora assistiamo soprattutto alle convulsioni del berlusconismo, perché il polo di centro-sinistra non è davvero mai nato.
    Ciao, ci sentiamo

    Fulvio

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