La notizia del giorno (per il web, i giornali ne parleranno domani) è tutta nello straordinario scoop messo a segno da Wikileaks, il sito che ha sparato in rete più di 90 mila documenti riservati dei servizi segreti e delle forze armate americani, relativi alla guerra in Afghanistan per il periodo gennaio 2004-dicembre 2009. Vale a dire, dal secondo mandato di George Bush all’inizio della presidenza Obama.

Che cosa emerge dai documenti fino a ieri segreti? Che la guerra in Afghanistan è un orribile pasticcio. Che gli Usa impiegano veri “squadroni della morte” per far fuori senza tanti processi guerriglieri, collaborazionisti e presunti tali. Che ci sono stati centinaia di episodi, mai denunciati né indagati, in cui le forze occidentali hanno uccisio civili afghani innocenti, mettendo poi tutto a tacere con un pugno di dollari ai parenti. Che il Pakistan munge gli Usa (la Clinton ha da poco portato in dono a Islamabad altri 500 milioni di dollari) ma appoggia i talebani, i quali da tempo dispongono di efficienti missili terra-aria. Che Karzai è un disonesto doppiogiochista. E così via.
E’ una novità? Per nulla. Chiunque volesse sapere, e fosse un minimo in buona fede, aveva già capito tutto. Bastava scorrere le statistiche (o le dichiarazioni dei generali Usa) per rendersi conto che le cose vanno male e che la realtà di quella guerra ci viene accuratamente nascosta.
Ed è questo, secondo me, il punto che vale la pena enfatizzare. Le fonti governative americane hanno subito stigmatizzato la pubblicazione dei documenti, parlando di attentato alla “sicurezza nazionale” (mi risparmio, per carità di patria, qualunque analogia con le discussioni nostrane sulla cosiddetta “legge bavaglio”) quando l‘unico vero attentato alla sicurezza degli Usa (e alla nostra, per derivazione) è la caterva di balle che la Casa Bianca ha fatto ingozzare ai suoi cittadini, e agli europei che si sono fatti intortare dai libelli anti-islamici della Fallaci e dei suoi imitatori.
La guerra per liberare l’Afghanistan dai talebani e da Al Qaeda, colpevole degli attentati dell’11 settembre 2001 (e non solo di quelli), ebbe fin dall’inizio l’appoggio dell’intera comunità internazionale. Ma alla delirante classe economico-politica che aveva portato alla Casa Bianca il giovane Bush quell’obiettivo, nobile e di alto valore pratico, non bastava. Loro volevano mettere le mani, una volta per sempre, sul Medio Oriente e sulle sue risorse energetiche. A quello serviva la furente campagna propagandistica degli intellettuali pronti a giurare che tutto l’islam era esecrabile e quindi da combattere, ad appoggiare la teoria della “guerra preventiva”, a mettere la firma sotto ogni velina del Dipartimento di Stato.
Per attaccare l’Iraq furono distolti uomini e mezzi indispensabili alla vittoria in Afghanistan. E per farlo fu lanciata una nuova

La farsa di Colin Powell alle Nazioni Unite.
campagna di balle. I legami tra Saddam Hussein e Al Qaeda? Inventati. Le armi atomiche e chimiche in Iraq? Inesistenti. Per ribadirlo si vide lo spettacolo penoso del segretario di Stato Colin Powell che raccontava scientemente menzogne al Consiglio generale dell’Onu, agitando bottigliette che contenevano borotalco. E la guerriglia che veniva sempre da fuori, perché gli iracheni erano tutti contenti? Alla fine, grazie anche a quelle balle, l’Iraq è retto da un Governo di cartone, dopo aver perso in modo violento quasi il 4% della popolazione.
Nel frattempo si allontanava la vittoria anche in Afghanistan. Laggiù, è impantanata da nove anni una coalizione più ampia e potente di quella che sconfisse Hitler in cinque anni. Nel caso dell’Iraq come in quello dell’Afghanistan, vincere non è più una speranza, perdere non è ammissibile, ritirarsi quasi impossibile. Le carte di Wikileaks, a parer mio, confermano soprattutto una cosa: le grandi democrazie possono permettersi molte cose ma non di ridursi a compiere le stesse azioni che compiono i dittatori e i terroristi che esse dicono di voler eliminare.
Tra un civile afghano ammazzato da uno squadrone della Cia e uno dei morti nelle Torri Gemelle non c’è differenza. E infatti non c’è differenza nello sdegno che l’una e l’altra morte provocano negli ambienti e nelle famiglie colpite. Possiamo raccontarci tutte le favole che vogliamo, ma si tratta sempre di innocenti ammazzati. In più, quando si mettono su questa strada, le grandi democrazie di solito perdono pure le guerre. Come appunto avviene in Afghanistan e avvenne in Vietnam, e non nella Seconda guerra mondiale o in Corea.
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