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AFGHANISTAN, PASSO E (FORSE) CHIUDO

Qualche giorno fa, altri tre soldati italiani furono feriti in Afghanistan. Per qualche ora addirittura si temette che due di loro fossero in pericolo di vita e quindi giornali e televisioni si mobilitarono per dare notizie, raccontare storie, tracciare bilanci. Quello, insomma, che non avevano più fatto da mesi.

Un soldato del nuovo esercito afghano e un soldato americano a Kabul.

Un soldato del nuovo esercito afghano (presto a quota 200 mila uomini) e un soldato americano.

E’ inevitabile che ciò avvenga, ma è anche giusto? Ha senso che, mentre migliaia di nostri soldati lavorano, combattono e muoiono (già 24) in un Paese aspro e lontano, l’opinione pubblica sia così poco e male informata, e quasi solo quando occorre commemorare i caduti?

L’aspetto più sconsolante della spedizione internazionale in Afghanistan è proprio questo essere sprofondata pian piano in un’indifferenza collettiva mai dichiarata ma evidente, e proprio mentre la situazione sul terreno rivelava tutta la sua difficoltà e non pochi cominciavano a parlare senza riserve di fallimento e sconfitta.

Lo scorso mese di giugno, con i 102 soldati Isaf uccisi dalla guerriglia, è stato quello più sanguinoso nei quasi nove anni trascorsi dal primo attacco, il che basta e avanza per dimostrare che la capacità di offendere dei talebani non è stata intaccata. Giova ricordare che una coalizione meno ampia riuscì a sconfiggere nella metà del tempo l’alleanza tra Germania nazista, Giappone imperiale e Italia fascista.

Anche a livello politico i segnali erano chiari da tempo: in Olanda per l’Afghanistan (o, meglio, contro) è caduto un Governo. In Germania, sullo stesso tema, sono saltati il capo delle Forze armate, un sottosegretario, un ministro e addirittura il presidente della Repubblica. Negli Usa, le richieste del presidente Obama (33 miliardi di dollari in più per mandare in Afghanistan altri 30 mila soldati e 2 miliardi di dollari per incrementare l’opera di ricostruzione) sono accolte con scetticismo da un Parlamento concentrato sull’emergenza economica e con ostilità da un’opinione pubblica che ormai crede poco alla missione e a cui il recente cambio al comando tra il generale McChrystal (silurato) e il generale Petraeus (tornato in prima linea) ha dato l’impressione, più che di una gaffe nei confronti del presidente Obama (che è anche comandante in capo dell’esercito), di una spaccatura tra politici e soldati, tra teorici e uomini d’azione.

Non circolava troppo ottimismo, dunque, alla vigilia della Conferenza internazionale che ieri ha portato a Kabul i rappresentanti dei più di 70 tra Paesi, organizzazioni internazionali e istituzioni finanziarie che da anni lavorano e spendono per garantire un futuro all’Afghanistan. E l’esito dei lavori ha confermato i timori degli scettici. Tutti a casa entro il 2014, e gli americani (i “titolari” della missione Isaf) entro il 2011. Diciamolo: una volta tanto l’Italia ha fatto la figura più dignitosa, respingendo la demenziale richiesta inglese di cominciare a ritirarsi fin da subito e stabilendo un calendario. Che sarebbe stato come comunicare alla guerriglia  quando sarebbe stato più opportuno attaccare.

Il Governo dell’Afghanistan, guidato da quell’Hamid Karzai che nessuno (la Casa Bianca per prima) più voleva al potere, è stato ora dichiarata capace di difendersi. Tutti sanno che non è così, anche se in autunno l’esercito afghano sfiorerà i 200 mila uomini e gli istruttori, per primi i 400 italiani, hanno lavorato molto per addestrarlo. Si replica così pari pari in Afghanistan quanto già visto in Iraq: incapaci di vincere e impossibilitati a perdere, i nostri non riescono né a restare né ad andarsene. In molti l’avevamo previsto ma è una magrissima consolazione.

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