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E’ possibile che il grande calcio e la grande politica mandino gli stessi segnali? Forse è un’idea solo mia ma la fase finale della Coppa del mondo che prosegue in Sudafrica e il G8 che parte a Toronto (Canada) ci dicono più o meno la stessa cosa: il mondo è cambiato, ci sono protagonisti nuovi, scenari nuovi, chi non lo capisce è destinato a soccombere.

Giovani tifosi sudafricani.
Nel calcio è facile notarlo. Le potenze della Vecchia Europa, prime fra tutte l’Italia e la Francia (finaliste nella precedente edizione del 2006) già tornate a casa, sono in difficoltà. Germania e Inghilterra sono destinate a scontrarsi, una delle due uscirà di scena. Non va male l’Olanda, e mi domando se sia un caso che si tratti proprio di un Paese mercantile, tradizionalmente multietnico e aperto al mondo. Vanno bene le nazionali dell’America Latina, Brasile e Argentina in testa, e meglio ancora (almeno rispetto alla loro storia nei Mondiali) vanno quelle dell’Asia.
Nell’altro campo, quello apparentemente più serio e scientifico della politica, le dinamiche sono identiche. Lo dimostra il G8 di Toronto fin dall’impostazione protocollare: di solito queste riunioni dei “grandi” erano accompagnate dall’annuncio dell’appuntamento successivo. Questa volta no e la ragione è semplice: questo di Toronto è l’ultimo dei G8. Il prossimo, ovunque venga organizzato, sarà un G20 con l’India, il Brasile, la Cina, perché la pretesa di risolvere i problemi del pianeta in otto è ormai palesemente insostenibile. Come ai mondiali di calcio, anche al G20 ci saranno più America Latina e più Asia.
Non è un caso se il primo sostenitore dell’utilità, anzi della necessità di un G20, cioè di un allargamento del sinedrio planetario, sia proprio Barack Obama. L’economia Usa, secondo tradizione, ha bisogno di un continuo rifinanziamente del debito pubblico e ancor più ne ha bisogno dopo gli enormi investimenti che il Governo federale ha fatto per sostenere l’economia e l’occupazione. Obama vuole continuare su questa linea e lo ha detto chiaramente nel suo discorso di apertura a Toronto. L’Europa non può (o non vuole, non importa) seguirlo su quella strada: ovunque, nel Vecchio Continente, sono state state varate manovre per riportare sotto controllo, a suon di tagli, il debito pubblico. Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna si stanno adattando a politiche improntate alla più rigorosa austerity. Ecco dunque che il Presidente americano va a cercare finanziamenti e presso le nazioni emergenti, in prima battuta Brasile, India, Cina, qualunque sia il sistema politico che le regge, dalla più parlamentare delle democrazie al più rigido dei sistemi confucio-comunisti.
E’ possibile che il grande calcio e la grande politica mandino gli stessi segnali? Forse è un’idea solo mia ma la fase finale della Coppa del mondo che si avvia in Sudafrica e il G8 che parte a Toronto (Canada) ci dicono più o meno la stessa cosa: il mondo è cambiato, ci sono protagonisti nuovi, scenari nuovi, chi non lo capisce è destinato a soccombere.
Nel calcio è facile notarlo. Le potenze della Vecchia Europa, prime fra tutte l’Italia e la Francia (finaliste nella precedente edizione del 2006) già tornate a casa, sono in difficoltà. Germania e Inghilterra sono destinate a scontrarsi, una delle due uscirà di scena. Non va male l’Olanda, e mi donando se sia un caso che si tratti proprio di un Paese mercantile, tradizionalmente spurio e aperto al mondo. Vanno bene le nazionali dell’America Latina, Brasile e Argentina in testa, e meglio ancora (almeno rispetto alla loro storia nei Mondiali) vanno quelle dell’Asia.
Nell’altro campo, quello apparentemente più serio e scientifico della politica, le dinamiche sono identiche. Lo dimostra il G8 di Toronto fin dall’impostazione protocollare: di solito queste riunioni dei “grandi” erano accompagnate dall’annuncio dell’appuntamento successivo. Questa volta no e la ragione è semplice: questo di Toronto è l’ultimo dei G8. Il prossimo, ovunque venga organizzato, sarà un G20 con l’India, il Brasile, la Cina, perché la pretesa di risolvere i problemi del pianeta in otto è ormai palesemente insostenibile. Come ai mondiali di calcio, ci vorrà più America Latina e più Asia.
Non è un caso se il primo sostenitore dell’utilità, anzi della necessità di un G20, cioè di un allargamento del sinedrio, sia proprio Barack Obama. L’economia Usa, secondo tradizione, ha bisogno di un continuo rifinanziamente del debito pubblico e ancor più ne ha bisogno dopo gli enormi investimenti che il Governo federale ha fatto per sostenere l’economia e l’occupazione. Obama vuole continuare su questa linea e lo ha detto chiaramente nel suo discorso di apertura a Toronto. L’Europa non può (o non vuole, non importa) seguirlo su questa strada: ovunque, nel Vecchio Continente, sono state state manovre per riportare sotto controllo, a suon di tagli, il debito pubblico. Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna stanno varando manovre improntate alla più rigorosa austerity. Ecco dunque che il Presidente americano va a cercare finanziamenti presso le nazioni emergenti, in prima battuta Brasile, India, Cina, qualunque sia il sistema politico che le regge, dalla più parlamentare delle democrazie al più rigido dei sistemi confucio-comunisti. A loro che cosa può offrire in cambio? Il G20, appunto, cioè la possibilità di sedersi al tavolo dove si prendono le decisioni che influenzano la politica mondiale.
Nel calcio tutto questo avviene per germinazione spontanea (i tuoi avversari corrono di più, ti copiano la tattica, hanno voglia di vincere, selezionano gente più giovane e sveglia ecc. ecc.,), in politica per cooptazione di fronte a realtà inoppugnabili. Ma la sostanza è la stessa. Ed è ormai chiaro anche a chi non voleva vedere che la disgraziata presidenza Bush non è stata l’inizio di una nuova era, come i suoi fan ci ripetevano (The New American Century, si intitolava il manifesto del bushismo neo-conservatore) ma la fine di quella vecchia. I vari Ferrara, Fallaci e la marea di dilettanti allo sbaraglio che ripeteva le loro tesi, molto semplicemente non avevano capito un tubo.
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2010, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
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fabio cangiotti
4 July 2010 at 16:15
Caro Fulvio, è sempre affascinante una lettura del calcio non solo come sport o business, ma come fenomeno sociale di indubbio interesse e di grande utilità (basta pensare che è anche una mimesi incruenta della guerra, anche se talvolta ci si ammazza causa stupidità di tifosi). Certo, dopo i risultati dei quarti, verrebbe da pensare che la vecchia Europa sia ancora viva, ponendo un argine all’avanzare del nuovo, mentre da parte mia anch’io calcolavo che l’Olanda potesse fare bene, ma per motivi affatto diversi dai tuoi, cioè per il fatto che gli olandesi da quelle parti sono abbastanza ambientati (ricorderai i colonizzatori boeri, ecc.). ma forse sono solo fantasie mie, e comunque io tifo fin dalle eliminatorie per l’Uruguay, da antico ammiratore di Gianni Brera, perché gioca come dovrebbe giocare l’Italia, umiltà applicazione difensiva e contropiede (e guai a chi parla di “ripartenze”, termine correttino, ma detestabile e controidentitario per noi italiani rispetto al neologismo coniato da Brera tanti anni fa).
Sul resto del tuo articolo, sono d’accordo sul fatto che il cambiamento è ineluttabile e cercato e anticipato da Obama e dall’America che ce l’ha nei cromosomi.
Tendo a pensare sempre però che tra Bush e Obama non ci sia tutto questo abisso, poiché al dilà delle differenze retoriche e degli errori, a tutti i Presidenti americani è comune un obbiettivo o destino che dir si voglia: condurre una grande potenza che da sempre si dà una missione di libertà come messaggio universale per le altre nazioni.
Certo, interessi e ideali in politica sempre si inseguono e si sovrappongono, determinando comportamenti contradditori; il Nobel per la Pace Obama ad es. sta conducendo la guerra in Afghanistan con più mezzi e metodi cruenti di Bush (l’uso dei droni ad es.), come anche tu hai rilevato. Vedremo con Petraeus, generale che ebbe pieno mandato anche da Bush.
Quanto a Ferrara e Fallaci, con molte differenze e diversità di accenti (ad es. Fallaci non approvò affatto l’intervento iracheno) hanno ricordato all’ Europa assopita e venusiana che il nemico esiste, che non si combatte facendo finta che non sia vero, e che i suoi valori ahimè non sono i nostri.
Come affrontarlo è un altro paio di maniche, si può anche cristianamente amarlo, ma bisogna combattere. Non necessariamente con la guerra, ma tenendo presente che l’irenismo a tutti i costi non paga, ma semplicemente dilaziona lo scontro.
Ciao, beato te che sei negli States.
Fulvio Scaglione
5 July 2010 at 15:52
Caro Fabio,
in effetti un bel giro in America ogni tanto fa bene. Per dire: sono in questo momento in una famiglia in cui lui e’ egiziano musulmano (e fa business con la Cina), lei agnostica italiana (lavora all’Universita’ di Chicago, quella dei premio Nobel per l’Economia), il bambino di 7 anni (ne hanno due, l’altro ha tre anni) ha un nome inglese, si dichiara musulmano e non mangia maiale. E noi stiamo a perder tempo con la Padania…
Quanto al resto, tu sai che non la pensiamo allo stesso modo su una certa serie di questioni. Il nemico ecc. ecc. Non so, forse e’ vero. Ma i valori in base ai quali si puo’ accettare che la “liberazione” dell’Iraq costi un milione di morti (4% della popolazione) stento ancora ad accettarli.
Ciao, a presto
Fulvio