Qualunque cosa succeda, chiunque vinca la Coppa, i Mondiali ci hanno già dato un eroe. Un centravanti sconosciuto che ha fatto un gesto bellissimo prima di cominciare a giocare: ha pianto (“Come un bambino”, scrive lo scioccherello di turno) per tutta la durata dell’inno nazionale della sua nazione, la Corea del Nord.

Jong Tae-Se, centravanti della Corea del Nord.
Jong Tae-Se, ecco il suo nome, non si è commosso. Ha proprio pianto. Felice, forse: affrontare il Brasile ai Mondiali è il sogno di qualunque calciatore, figuriamoci di uno che viene dalla periferia dell’impero pallonaro. Sconvolto? Può darsi. Nulla, però, conta quanto la storia personale di questo ragazzo di 26 anni.
I suoi genitori sono coreani del Sud che, come molti loro simili, hanno nella storia familiare forti legami con la Corea del Nord. Espatriati in Giappone durante il conflitto del 1950-1953, che all’apice della Guerra Fredda coinvolse anche Urss, Usa e Cina e fece 4 milioni di morti, non hanno dimenticato le proprie origini, tanto da iscrivere il figlio all’Università finanziata a Tokio dal Governo della Corea del Nord.
Jong Tae-Se, nato in Giappone, cresce e gioca, cresce e gioca, e diventa un professionista del calcio. Il credito con il destino dei suoi genitori gli permette di scegliere: ha il passaporto del Giappone per diritto di nascita, quello della Corea del Sud per diritto di sangue, quello della Corea del Nord per discendenza familiare. Lui gioca in Giappone, nel Kawasaki Frontale, volete che non conosca il dittatore Kim Jong Il? Che non sappia che il suo regime affama la gente della Corea del Nord per avere la bomba atomica di cui il Giappone ha il terrore? Che le carceri sono piene e le pance vuote? Eppure sceglie la nazionale della Corea del Nord e piange, stupendamente piange quando ne ascolta l’inno.
Jong Tae-Se non lo sa ma ci ha regalato una lezione enorme. La patria non è un confine, tanto meno una razza, figuriamoci un Governo che ci piace. Avere una patria vuol dire partecipare di un’anima collettiva, essere parte di un tutto, riconoscere un tratto comune che ci lega al passato e al futuro. Sapere da dove veniamo senza bisogno di fingere, rispettare l’eredità e cercare di metterla a frutto. Il resto sono pensieri che forse vanno, sì, ma senza sapere dove.
Pubblicato su Famiglia Cristiana n.27/2010
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