Ci sono più di duemila prigionieri politici, in Birmania. Per una di essi, che ha appena compiuto 65 anni, sono arrivati gli auguri di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, e di Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, oltre a quelli di decine di altri leader politici e religiosi di ogni parte del mondo, tutti accompagnati dall’esortazione a liberarla. Eppure quella donna indifesa e minuta che ha già passato agli arresti quindici degli ultimi vent’anni, resterà dov’è: confinata in una villa che ormai cade a pezzi per l’incuria, isolata dagli amici, priva di qualunque supporto politico visto che il suo partito (la Lega nazionale per la democrazia) è stato sciolto dal regime per aver rifiutato di partecipare alle elezioni di fine d’anno, quelle a cui la prigioniera Aung San Suu Kyi non potrà presentarsi.

Aung Saan Suu Kyi.
All’unico premio Nobel oggi chiuso dietro le sbarre non manca certo il coraggio. Il biglietto (“Per favore, usate la vostra libertà per promuovere la nostra”) che è riuscita a far arrivare alla stampa inglese potrebbe costarle assai caro. La giunta militare della Birmania non aspetta altro che una scusa per tenerla agli arresti anche oltre il 2011, quando scadrà l’ultima condanna. Visto da fuori, però, tanto spirito di sacrificio e di lotta può generare non solo ammirazione ma anche frustrazione. La Birmania (o Myanmar, secondo la denominazione ufficiale) ha una lunga tradizione di colpi di Stato e assassini politici (tra gli altri quello, nel 1947, di San Suu Kyi, padre di Aung e allora vice-premier) ma negli ultimi anni è diventata una specie di perno della rivalità strategica tra Cina e Usa e, proprio per essere stretta tra i due colossi, condannata all’immobilismo.
In quell’area, Indonesia, Filippine e Thailandia sono fedeli alleati degli Usa. La Cina preme da Est attraverso il Laos mentre a Ovest l’India si barcamena nella difesa dei propri interessi. Il possente esercito birmano, 400 mila soldati che sono la vera spina dorsale del regime, è di fatto tenuto in vita dalle forniture che arrivano dalla Cina e, peggio ancora, dalla Corea del Nord vassalla di Pechino. Secondo rapporti recenti che attendono conferma, i coreani starebbe collaborando con i generali birmani anche in un preoccupante traffico di attrezzature nucleari. Le ambizioni cinesi in Birmania fanno il paio con quelle già manifestate a proposito della Thailandia: costruirsi una testa di ponte sull’Oceano Indiano da dove controllare una delle vie principali del commercio mondiale, accrescendo così l’influenza politica ed economica della Cina e accorciando le rotte delle petroliere verso i porti cinesi.
Un’espansione che gli Usa e l’Europa non possono accettare ma che intanto non riescono a contrastare, anche e soprattutto per la mancanza di democrazia in Birmania. Un regime militare che soffoca le opposizioni, attira sul Paese embarghi più o meno efficaci, impoverisce la popolazione, divide il Paese dal resto del mondo, è l’interlocutore ideale per una Cina che agli alleati chiede solo fornitura di materie prime e posizioni geografiche strategiche. Molti sono convinti che la pressione internazionale potrà dare frutti col tempo. E puntano sulle prossime elezioni, le prime in vent’anni, per cogliere un soffio d’aria nuova, un indizio d’apertura. Ci saranno 33 partiti, alcuni fondati da esponenti delle opposizioni. Persino un’ala della Lega nazionale per la democrazia, il disciolto partito di Aung San Suu Kyi, ha deciso di presentarsi al voto. Non resta che attendere e sperare. E attingere al coraggio di quella piccola grande donna per credere che l’immobilismo stia per finire.
Pubblicato su Avvenire del 19 giugno 2010
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