Non si è parlato abbastanza, secondo me, delle dimissioni di Horst Koehler, 67 anni, presidente della Repubblica Federale Tedesca. Già presidente del Fondo monetario internazionale, Koehler ha lasciato la carica per aver pronunciato, durante una visita ai soldati tedeschi in Afghanistan, la seguente frase: “… un Paese delle nostre dimensioni, con il nostro orientamento verso il commercio internazionale e quindi dipendente dal commercio internazionale, deve sapere… che in caso di emergenza schierare i soldati è anche necessario per proteggere i nostri interessi. Per esempio, nelle rotte del libero commercio, per esempio per prevenire l’instabilità in un’intera regione che certamente avrebbe un impatto negativo sulle nostre opportunità in termini di commercio, posti di lavoro, reddito”.

Horst Koehler in visita ale truppe tedesche.
Si sa che i politici non possono permettersi di dire sempre e comunque la verità. Ma il fatto che Koehler sia stato attaccato con tanta intensità da sentirsi costretto ad andarsene, segnala non tanto un desiderio di pace (o, al limite, un bisogno di onestà) ma piuttosto un’ipocrisia di fondo. Ipocrisia che non è certo solo tedesca: per un decennio ci siamo sentiti ripetere che la guerra in Iraq non aveva nulla a che fare con il petrolio e con gli interessi Usa, che era una questione di principio, che bisognava portare la democrazia in Medio Oriente. Subito dopo gli stessi Paesi e le stesse capitali (Washington, Londra, Roma… ) si sono messi in società con il colonnello Gheddafi, in nome del petrolio, del gas e dell’immigrazione, e alla faccia della democrazia.
Per quanto riguarda la Germania, bisogna pur ricordare che con l’Afghanistan sta vivendo tempi duri. Già 45 soldati morti, poche prospettive di uscirne senza traumi (anche ritirarsi mollando la Nato sarebbe cosa non da poco),una crisi politica sempre latente da quando, nel novembre scorso, esplose lo “scandalo Kunduz”. Il capo di stato maggiore dell’Esercito, Wolfgang Schneiderhan, e il sottosegretario alla Difesa, Peter Wichert, furono “dimissionati” dal ministro della Difesa per avergli nascosto informazioni importanti su un raid aereo, ordinato in Afghanistan da un ufficiale tedesco, in cui erano morti 142 civili. I due volevano proteggere il contingente tedesco ma trascinarono nella loro rovina anche Franz Josef Jung, in quel momento ministro del Lavoro ma all’epoca della strage ministro della Difesa. E poi la Costituzione della Germania vieta l’uso dello strumento militare per la difesa degli interessi economici della nazione.
Detto questo, la società occidentale dovrebbe ormai avere la maturità necessaria per giudicare illuminate, e non retrive, parole come quelle di Koehler. Intanto perché contengono una percentuale importante di verità: nessun Governo mette a rischio le vite dei propri cittadini-soldati e affronta spese importanti se non pensa di favorire, anche, l’interesse nazionale. Tanto meno la Germania, che in nome dell’austerità economica si appresta ad abrogare la leva obbligatoria e a ridurre del 30% i 250 mila effettivi del suo esercito. Secondo: la difesa della libertà è una cosa assai più complessa di come di solito ce la raccontano. Supera di gran lunga il retorico concetto di “libere elezioni”, cioè di quegli appuntamenti che si svolgono regolarmente anche in Paesi assai non troppo liberi (Russia), poco liberi Afghanistan e Iraq), liberi per nulla (Iran). Anche la difesa del libero commercio è difesa della libertà, come lo è pure la difesa della stabilità internazionale. Terzo: le parole dell’ex presidente Koehler ci ricordano che la gobalizzazione esiste e agisce e che quanto accade in Pakistan o in Afghanistan ci riguarda e ci tocca. Solo chi non ha capito questo può pensare che impegnarsi e morire per l’Afghanistan, come tocca anche ai soldati italiani, è “solo” una questione di principio e non anche di difesa degli interessi nazionali.
Enrico Usvelli
7 June 2010 at 08:16
Scrivi ‘anche la difesa del libero commercio è difesa della libertà’
Non sarebbe più corretto scrivere ‘anche la difesa del libero commercio nostro è difesa della libertà nostra?
Non mi pare infatti che ci sia un grande impegno del mondo occidentale per garantire a tutti, veramente a tutti, un libero accesso al mercato. In generale noi chiediamo ai Paesi meno sviluppati, tramite il WTO e se questo fallisce tramite accordi bilaterali, libertà di accesso ai loro mercati (e alle loro materie prime) ma quando si tratta di aprire i nostri mercati ecco che le cose cambiano.
Fulvio Scaglione
7 June 2010 at 15:38
Caro Enrico,
hai sicuramente ragione: il mercato ci piace libero soprattutto quando la libertà gioca a nostro favore. Non arriveremo mai a riequilibrare la situazione, però, se continueremo a raccontarci favole consolatorie come quella per cui siamo andati in Iraq per amore della libertà altrui e non anche per i nostri (legittimi) interessi. Anche per questo il presidente Koehler a me ha fatto simpatia.
Quanto al resto, bisogna fare qualche distinzione: se mi parli dello scandaloso protezionismo che Usa ed Europa garantiscono a certi settori dell’economia, penalizzando i Paesi dell’Africa, concordo al cento per cento. Ma se parliamo di Cina, Indonesia, Brasile, India, solo per fare qualche esempio, allora concordo con Obama: prendetevi qualche responsabilità in più (con relativi costi politici ed economici) e avrete qualche diritto in più nelle sedi che contano.
Ciao, grazie, a presto
Fulvio