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“Rinnovare le basi della forza dell’America”. E’ questo il compito che Barack Obama si è dato con il suo primo Documento sulla strategia di sicurezza nazionale che, secondo una legge del 1986 non sempre rispettata (George Bush, per esempio, di tali Documenti ne presentò solo due, nel 2002 e nel 2006), ogni presidente Usa dovrebbe elaborare e illustrate una volta l’anno. Compito non facile, con una guerra e mezza aperta (l’Afghanistan, più il non ancora pacificato Iraq) e tanti fronti di crisi (Iran, Corea del Nord) da anni in bilico tra soluzione e disastro.

Una donna soldato americana in Iraq: abbracciata a lei, una bambina spaventata dopo una sparatoria.
Com’è nel suo stile, Obama reagisce alle difficoltà indicando sfide ancor più ambiziose. Archiviati l’unilateralismo e la dottrina della “guerra preventiva” cari agli strateghi di Bush, il Presidente punta invece sul multilateralismo e su una reazione ragionata alle provocazioni e agli attentati al benessere degli americani. Quindi, non più “lotta al terrorismo” ma guerra ad Al Qaeda. L’opzione atomica viene esclusa per principio nei confronti dei Paesi che rispetteranno il Trattato di non proliferazione nucleare ma resta aperta nei confronti di Iran e Corea del Nord. In più, un vigoroso incitamento agli stessi americani affinché capiscano che il sistema migliore per garantirsi la sicurezza è recuperare lo slancio economico perduto e accettare come un impegno nazionale l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal “petrolio straniero” e contenere le emissioni di gas a effetto serra: il modo elegante di Obama per ribadire che bisognerà rassegnarsi a ulteriori sacrifici nello stile di vita quotidiano.
Fin qui, nulla di inaspettato. Nulla di molto diverso da quanto Obama ha ripetuto fin dalla campagna elettorale che lo portò alla Casa Bianca. E in un certo senso, nulla di definitivo. Perché Al Qaeda è oggi soprattutto un marchio di fabbrica, uno stile, forse un’ispirazione per una galassia del terrorismo assai più indistinta, come la tragica esperienza afghana dimostra ogni giorno. Perché non si vede contro chi potrebbe essere agitata l’arma atomica oltre che contro Iran e Corea del Nord. Perché la riduzione della dipendenza dal petrolio straniero si scontra, oltre che con le difficoltà a produrre quello nazionale (disastro del Golfo del Messico e blocco delle nuove trivellazioni compresi), anche con la politica e con il terrorismo. Insomma, dalla teoria bisognerà passare alla pratica e qui si vedrà quel che davvero si può o è meglio fare.
L’aspetto più interessante del Documento sta forse nel mezzo rimbrotto e mezzo appello con cui Obama chiama le nuove potenze come India, Cina, Brasile, Sudafrica o Indonesia a condividere con gli Usa “gli oneri di un secolo giovane” e ad approfittare del G20 per avviare una riforma delle grandi istituzioni economiche come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Bastone e carota, alla Obama: fatevi carico di qualche responsabilità in più e potrete dire la vostra in uffici che contano e che da sempre sono considerati “Usa dipendenti”.
E’ la fine del tradizionale isolazionismo americano, il rovesciamento dei pilastri filosofici del bushismo (l’eccezionalità del destino degli Usa, la loro missione globale) e la quieta ammissione che da Washington non si riesce più a gestire le sorti del mondo senza un adeguato aiuto. Nello stesso tempo, senza parere, Obama continua nell’opera di creazione di sedi diverse dall’Onu per una gestione più rapida ed efficiente delle crisi politiche, economiche e militari del futuro. Ci sarà tanto lavoro per il segretario di Stato Hillary Clinton. Non a caso il suo intervento, in serata, era atteso quasi quanto quello del Presidente.
Pubblicato su Avvenire del 30 maggio 2010
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2010, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
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