Se qualcuno ancora fidava nel fatto che Silvio Berlusconi potesse realizzare significative riforme di sistema, con la recente (anche se ancora indefinita) manovra finanziaria avrà capito che la speranza va ormai abbandonata. Per esser sincero, io non ho mai creduto che il Cavaliere avesse la tempra o l’ambizione del riformista. Adesso, però, ci sono i fatti, non i pareri, a dargli contro e con quelli c’è poco da fare.

Intendiamoci: resto della mia idea. D’altra parte, ora il Cavaliere dice che il suo Governo “ha rimesso la barca sulla giusta rotta”, il che farebbe pensare che pochi mesi fa, dopo l’esito vincente delle regionali, andava promettendo la riduzione delle tasse e il federalismo fiscale pur sapendo (o peggio ancora, non capendo) che la barca era sulla rotta sbagliata. Ma pazienza, stiamo alle cifre.
Con questa manovra il Governo si propone di risparmiare 16 miliardi di euro in 2 anni e di raccoglierne 8 e più in un anno con la caccia all’evasione fiscale.I risparmi gravano per il 45% sugli enti locali e per gran parte del resto sui sacrifici imposti ai dipendenti dello Stato. Di fatto, la manovra ha giustiziato gli unici fronti di riforma che, in un modo o nell’altro, sembravano aperti. Il primo è quello della Pubblica amministrazione, affidato al ministro Brunetta. Sarà un po’ dura andare a chiedere più lavoro e più efficienza a 3,5 milioni di statali ai quali sono stati congelati i salari fino al 2013. In più, i progetti del ministro poggiavano sul criterio della punizione dei pelandroni e del premio ai volonterosi. Sparite con le riforma le risorse per i “buoni”, diventerà impossibile distinguerli positivamente dai “cattivi”.
E poi c’è il federalismo. I leghisti, quelli che hanno difeso a tutti i costi quegli enti inutili chiamati province per proteggere qualche poltroncina da loro occupata, brontolano e dicono che il cammino del federalismo è inarrestabile. Beati loro che ci credono. La retorica e inutile abolizione dell’Ici privò a suo tempo gli enti locali di una delle principali fonti di entrate. La manovra li priva di altre risorse. Inevitabile, a breve, un calo dei servizi offerti ai cittadini.

I dati economici delle regioni italiane: quanto incassano, quanto spendono, la rimanenza attiva o quella passiva (in questo caso, tra parentesi).
Noto di passaggio che l’equazione “meno servizi per uguali tasse” equivale a un aumento delle tasse, quello che Berlusconi nega di aver mai compiuto. Ma pazienza anche qui. Resta il fatto che la transizione al federalismo dovrebbe avvenire in regime di ristrettezze assolute per le regioni meno virtuose (quasi tutte quelle del Sud, prima fra tutte le Sicilia, più alcune del Nord come Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Liguria) e di risparmio tirato per quelle più virtuose. Per dire: se passasse domani il federalismo fiscale, la Campania dovrebbe chiudere gli ospedali. Vi pare possibile?
Ma c’è anche un’altra ragione, più semplicemente politica. La base elettorale del PdL, a dispetto del lumbard Berlusconi, ha il suo fondamento indispensabile al Sud: Sicilia, Campania, Calabria, Sardegna, Lazio. Per cui, o le regioni virtuose del Nord (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna…) si rassegneranno a pagare almeno in parte i conti anche delle altre, o il federalismo fiscale provocherà la rivolta degli elettori del PdL al Sud, come in parte è già successo in Sicilia con la giunta Lombardo. Quindi ci possiamo scordare anche la riforma federalista che, per com’è concepita dai leghisti e com’è strutturata l’Italia, sarebbe possibile in un solo caso: con la secessione del Nord.
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