Ignorato da quasi tutti i media, come di solito accade per le buone notizie. Parlo del piccolo boom economico di cui è stata artefice, durante il 2009 e all’inizio del 2010, la Cisgiordania, ovvero la Palestina senza la Striscia di Gaza. Boom certificato, qualche tempo fa, da due rapporti: uno del Fondo Monetario Internazionale, l’altro della Banca Mondiale.

Il premier palestinese Salam Fayyad (al centro) in visita a uno stabilimento di Betlemme.
La crescita economica, in Cisgiordania, è stata dell’8,5%. Scende al 6,8% se si fa la media con Gaza, dove siamo quasi alla stagnazione, ma si tratta pur sempre di cifre ragguardevoli. Anche la disoccupazione è in calo: ancora altissima, oltre il 22%, ma pur sempre in calo, mentre a Gaza è stabile intoro al 50%. Sono invece in diminuzione, in Cisgiordania, la criminalità comune e la violenza politica, grazie a un’efficace riforma delle forze di sicurezza.
Gran parte del merito va assegnata al primo ministro Salam Fayyad, il politico palestinese più taciturno e più concreto di sempre. Ma è proprio con lui che cominciano i toni tristi, i contrappesi alle buone notizie. Fayyad è assai conosciuto e stimato in Occidente perché ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale. Per quella ragione, e per la sua indipendenza di pensiero, è guardato con sospetto dai suoi: il presidente Abu Mazen era già disposto a sacrificarlo sull’altare di un’improbabile intesa con Hamas, qualche tempo fa, e solo la dura opposizione degli Usa e dell’Unione Europea gli ha conservato il posto.
Le sue capacità, inoltre, lo rendono temibile agli occhi di Israele. Il premier Netanyahu sa benissimo che una Palestina capace di amministrarsi prima o poi finirebbe per sentirsi autorizzata ad avere uno Stato vero, prospettiva che alla destra israeliana piace poco o punto. L’alternativa è mantenere l’occupazione e gestire la cosiddetta “guerra a bassa intensità” (il Muro, le centinaia di check point, l’esercito in stato d’allerta…), altra prospettiva che non risulta certo piacevole.
Sarà come sempre la politica a decidere. E’ importante, però, che i palestinesi mostrino di saper darsi da fare e di riuscire a investire in modo decente e proficuo i quattrini (1,4 miliardi di dollari nel 2009) che ricevono sotto forma di aiuti internazionali. Non è una questione d’immagine ma di fiducia. La differenza non è da poco.
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