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UN PROCESSO POLITICO, E SOTTO IL VUOTO

Da quando Silvio Berlusconi si è dato alla politica, nel 1994, i suoi partiti (Forza Italia, Popolo delle libertà, Partito della Libertà) hanno avuto un solo vero momento di dibattito politico interno: la Direzione di giovedì scorso. E tutti hanno visto com’è finito. Di tutto questo, ciò che personalmente trovo davvero interessante non è lo strepitoso litigio tra i due leader, l’evidente livore personale. E nemmeno il dibattito sul futuro di questo o di quello. Ma piuttosto la tessitura totalitaria, e per la precisione stalinista, dello spettacolo a cui abbiamo assistito.

Un momento delloscontro tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi alla Direzione del PdL.

Un momento dello scontro tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi alla Direzione del PdL.

La Direzione del PdL era stata organizzata come uno dei vecchi processi agli eretici veri e presunti del comunismo. La platea già in partenza ostile al Trotskij-Fini. L’esordio con il Vishinskij-Bondi che tesse le lodi dello Stalin-Berlusconi e accusa il dissenziente di ogni nefandezza e in sostanza lo marchia come “nemico del popolo” (della Libertà). Trotskij-Fini che interviene e viene ovviamente interrotto. La Pravda-Giornale che distribuisce le parole d’ordine ai militanti. Il culto della personalità e del Capo. Prima della messa in scena e della simbolica “uccisione” del dissenso, il tipico lavorìo da corridoi del Comitato Centrale: la conta dei fedeli, la pressione sugli incerti, la compra di quelli disponibili a mollare il leader critico per accodarsi al Capo.

Un po’ di tutto questo è dovuto all’origine comunista di tanti fedeli di Berlusconi: hanno cambiato verso, si sono trovati un altro Capo, ma lo stile, le abitudini e la cultura sono sempre quelli. Un po’ al fatto che, con il passare degli anni e con l’accumulo di poteri e di denaro, lo stesso Berlusconi ha palesemente perso la testa: uno come lui non può farsi beccare con le escort o a fare la comunione dopo un divorzio e una separazione, anche solo per una questione di gusto e di dignità di ruolo. Ma la causa più profonda, secondo me, è che il PdL è un partito di grande potere ma di poca politica, di tanti voti e di poche idee. E quelle poche non sono nemmeno sue ma della Lega Nord.

Il nocciolo duro del patto tra Bossi e Berlusconi sta proprio in quello: il Cavaliere mette la forza (anche economica, anche mediatica: con esse ha salvato la Lega, arrivata al 4% dei voti, dalla scomparsa pochi anni fa), il Senatur la politica. Perché se uno guarda bene, del PdL nota questo: è il partito della libertà che lima le libertà (a cominciare dalla concentrazione dei media in poche e selezionate mani), il partito dell’anti-fisco che non fa la riforma fiscale e, anzi, manovra le tariffe (dagli abbonamenti alla Tv digitale fino alle tariffe postali) per influenzare il mercato; è il partito della libera iniziativa che sta reintroducendo tutti i privilegi corporativisti delle categorie; è il partito più occidentalista che c’è, ma anima il Governo più legato ai regimi autoritari del Medio Oriente. E così via.

La “sostanza” politica del PdL, e quasi tutta la sua iniziativa parlamentare, si risolve nell’amore per il Capo, nel rispetto totale dei suoi voleri, nel soccorso immediato alle sue esigenze. Il “di più” di questo viene da personaggi sostanzialmente estranei alla vita del partito, per esempio Tremonti, del quale peraltro si stenta a capire se sia un leghista prestato al PdL o viceversa. Poiché in natura il vuoto non esiste, ecco che Bossi riempie lo spazio politico disponibile con le sue proposte, dal federalismo fiscale all’immigrazione. A lui basta garantire a Berlusconi il voto sulle leggi che lo riguardano da vicino per ottenere tutto ciò che vuole. Ho qualche dubbio che questo assetto possa spalancare le porte a una stagione di riforme, quelle riforme di sistema che Berlusconi promette dal 1994 e non fa mai. Credo anzi che il vuoto politico del più grande partito italiano possa solo portare a ciò che abbiamo già visto, la caccia al voto di categoria attraverso la distribuzione di privilegi e condizioni di favore. Ma per sapere basterà aspettare.

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