Più ci penso, più questi nostri industriali mi paiono curiosa gente. Gente dinamica, inventiva, coraggiosa. Fondatori di imprese che spesso si battono sui mercati internazionali, persone che hanno studiato e viaggiano molto. Produttori di attività e di reddito i quali, quando pure operano “solo” in ambito nazionale, devono superare un mare di ostacoli e risolvere un oceano di problemi, non ultimo quello di un Paese in cui parti importanti del territorio e dell’economia sono controllati dalla criminalità organizzata. E poi…

L'intervento del premier Silvio Berlusconi a Parma nel corso dell'assemblea di Confindustria.
Poi si ritrovano a Parma, in più di 5 mila, ad ascoltare il primo ministro di noi tutti, Silvio Berlusconi, e la presidente della loro associazione di categoria, Emma Marcegaglia, che fanno due discorsi opposti (non diversi: opposti), e non gli viene nemmeno un dubbietto, un’inquietudine, un sospetto? Perché se ha ragione uno ha torto l’altra, e viceversa. E comunque da qualche parte c’è qualcuno a cui la realtà dell’Italia di oggi ancora sfugge. Ma facciamo, come si dice, un passo indietro. Al raduno di Parma gli industriali italiani sono arrivati tenendo in cartella una ricerca del Centro studi Confindustria – Istituto Bruno Leoni (cioè del loro Centro studi) che dice:
Come se non bastasse, la loro presidente, Emma Marcegaglia, sale sul palco e dice cose come: “Parliamoci chiaro, il Paese è fermo, i segnali dicono che l’Italia è in declino da dieci anni”; “Basta promesse generiche, il Governo mostri di preferire le decisioni ai rinvii e faccia quello che non si è fatto negli ultimi quindici anni”; “Non possiamo aspettare tre anni per una riforma fiscale, dobbiamo implementarla prima”. E Berlusconi, il primo ministro di noi tutti? Dice, prevedibilmente e logicamente (quale politico sarebbe andato lì a buttarsi cenere sul capo e prendersi responsabilità?), tutto il contrario: l’Italia non è in declino, anzi; la crisi è superata; cresce la produzione manifatturiera, cresce in volume e in valore l’export, cala il deficit.
E i 5 mila industriali, i capitani coraggiosi della nostra economia? Applaudono. Applaudono lei e lui, alla pari. Applaudono persino il ministro Sacconi, che invita i giovani ad accettare lavori manuali come se non sapesse che quegli stessi industriali preferiscono assumere gli immigrati che costano meno e fanno meno grane. Ma soprattutto gli industriali ascoltano senza stupore apparente un primo ministro che sulle riforme reali, quelle che permetterebbero a loro di lavorare meglio e forse all’economia di crescere, concede appena qualche slogan (non solo: parlando della necessità di “avere i conti dello Stato in ordine”, mette la pietra tombale sulla riforma del fisco) e invece si dilunga sui processi, sulla magistratura, sul fatto che lui, poverino, con le maggioranze bulgare che ha sia alla Camera sia al Senato, non ha abbastanza potere. L’uomo che ha controllato l’Italia per 10 degli ultimi 12 anni vuol essere compatito. E loro, gli industriali, applaudono e si aspettano che faccia, e pure in fretta, le riforme. Bah…
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