C’è un sacco di traffico dalle parti del Venzuela. Vladimir Putin è appena passato da Caracas, il 17 aprile ci passerà il presidente cinese Hu Hintao, che nel frattempo avrà incontrato il premier russo in Brasile, al secondo vertice del Bric (Brasile, Russia, India e Cina, appunto). E se il buongiorno si vede dal mattino, le scorribande nel “giardino sul retro” dell’influenza politica americana non promettono nulla di buono per la Casa Bianca. Hugo Chavez e Putin hanno firmato accordi importanti nei settori strategici dell’energia tradizionale (sarà costituito un consorzio al 60% russo e al 40% venezuelano per lo sfruttamento dei bacini petroliferi dell’Orinoco: una cosa da mezzo milione di barili al giorno) e del nucleare civile (da cui dovrebbe nascere la prima centrale atomica del Venezuela). Aggiungiamo a tutto questo che Chavez ha investito 6 miliardi di dollari in 5 anni in armi russe, che Hu Hintao è ancor più spregiudicato e sicuro di Putin e che Venezuela, Russia e Cina hanno buoni rapporti con l’Iran, e diventa possibile scorgere un attacco alle spalle di Obama e dei suoi. A meno che…

"L'operaio e la kolchoziana", la grande statua che dall'alto domina il Centro espositivo panrusso di Mosca.
Nel quadro che indicherebbe nell’Iran il beneficiario finale di tutto quel tramestio, proviamo a inserire un elemento di ragionevole e speranzoso dubbio. Le partite che si giocano sul petrolio hanno un’evidente proiezione futura: i grandi si attrezzano per l’eventualità che la crisi mondiale passi e i prezzi tornino a correre ben oltre gli 82 dollari a barile di questi mesi. Va in questo senso il patto Chavez-Putin ma anche la decisione di Obama di autorizzare le trivellazioni petrolifere al largo delle coste dell’Alaska e del Golfo del Messico, che certo non piacerà ai Paesi del Golfo né alla Russia che resta il secondo esportatore mondiale di petrolio.
Ben diversa la questione nucleare. Russia e Usa hanno da poco concordato una decisa riduzione degli arsenali atomici. Subito dopo, in due occasioni (visita di Stato in Francia, discorso alla Lega Araba), il presidente russo Medvedev ha fatto balenare l’ipotesi che il Cremlino si allinei al fronte occidentale che chiede sanzioni contro l’Iran, purché queste siano “intelligenti”, cioè colpiscano il regime senza far troppo soffrire la popolazione. Ancora qualche giorno e pure il Governo della Cina, sia pure alla sua criptica maniera, ha fatto trapelare qualcosa di simile.
E’ forse possibile ipotizzare che i grandi si stiano organizzando per superare, ovviamente a proprio vantaggio, questa specie di stallo che da anni la corsa al nucleare dell’Iran impone a tanti, troppi rapporti internazionali. Per primi Russia e Usa, usciti comunque ridimensionati (pur nei rispettivi ruoli e ranghi) dall’impatto con la crisi e desiderosi di risolvere almeno le reciproche pendenze. Ma poi anche la Cina, alla quale è certo più utile un Iran senza l’atomica, ma capace di rispettare i contratti di fornitura energetica a lungo termine a suo tempo firmati con Pechino, che non un Iran armato ma sbandato dall’ostilità internazionale e dalla contestazione interna.
Se così fosse, il patto Chavez-Putin sarebbe depotenziato all’origine delle sue eventuali valenze americane e filo-iraniane. Se così è, lo scopriremo presto. In maggio si svolgerà la Conferenza di Rassegna dei Paesi, tra i quali l’Iran, che aderiscono al Trattato di non proliferazione nucleare. Lì si vedrà se il “disgelo” tra Russia e Usa prosegue, se la Cina si adegua, se la nuova era nucleare (sono in costruzione più di 500 reattori nel mondo) vuole davvero mettersi in sicurezza dando all’Agenzia atomica dell’Onu i maggiori poteri di intervento e controllo che da tempo reclama.
Pubblicto su Avvenire del 4 aprile 2010
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