Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone
Il Trattato per la riduzione delle armi nucleari strategiche che Barack Obama e Dmitrij Medvedev hanno raggiunto per conto di Usa e Russia, sa un po’ di vecchio e un po’ di nuovo. Non ricorda tempi andati e polverosi quell’affannarsi intorno a migliaia di testate nucleari in un mondo che freme alla prospettiva che l’Iran possa averne anche solo una?

Un missile nucleare russo nel suo silos.
Nel momento in cui, dopo anni di discussioni e litigi, concordano di scendere a “sole” 1.550 bombe atomiche ciascuno (i russi ne hanno ora 2.500, gli americani 2.000), Usa e Russia non ricordano certi vecchi guerrieri che continuano a combattersi anche se di preciso non sanno più perché? Per cui questo accordo possiamo definirlo storico, a patto però di comprendere nell’aggettivo anche la constatazione che esso chiude il Novecento e archivia la filosofia dell’”equilibrio del terrore” con un certo ritardo, se prendiamo come punto di riferimento la caduta del Muro di Berlino (1989) o la fine dell’Urss (1991).

Nel grafico: il minuscolo puntino a sinistra rappresenta la potenza di fuoco impiegata da tutti i contendenti nella seconda guerra mondiale; quello rosso, la potenza di fuoco nucleare di Russia e Usa in stato di perenne allerta; quello blu, la potenza di fuoco nucleare totale di Russia e Usa.
Nella firma del Trattato, però, si sente anche lo spirito di un’epoca nuova. La crisi economica (e, per gli Usa, certe batoste inflitte al Paese dalla presidenza Bush) ha lasciato gli ex giganti della politica mondiale con due desolanti certezze: l’America ora sa di non essere più la potenza che può fare e disfare ciò che vuole, come vuole e dove vuole; la Russia tocca con mano che differenza passa tra una certa stabilità economica (merito della presidenza di Vladimir Putin) e una vera riforma del sistema.

Dmitrij Medvedev e Barack Obama.
Quando Obama e Medvedev si troveranno a Praga (8 aprile) per sancire l’accordo sulle armi nucleari, avranno in mente anche i problemi che con esso potranno almeno tamponare, in questo mondo nuovo di cui ancora stentano a prendere le misure. Il Cremlino potrà risparmiare molti miliardi che oggi se ne vanno nella manutenzione di quelle bombe inutili e smetterla di contrapporsi inutilmente (e costosamente, come dimostrano gasdotti e oleodotti, tutti da costruire in doppia versione a causa della storica rivalità) al vecchio e ingrigito nemico. La Casa Bianca cercherà di giocarsi l’intesa su una scacchiera più ampia, a cominciare da quella che vede la Russia (per le questioni tecnologiche) e la Cina (per il supporto politico offerto all’Iran) decisive nel tentativo di contenere le ambizioni nucleari degli ayatollah. E lo farà subito dopo la firma di Praga, già in maggio, quando i Paesi più responsabili cercheranno di ridare nerbo e slancio al Trattato per la non proliferazione delle armi nucleari.
Abituati a dominare la scena mondiale, Usa e Russia si ritrovano oggi più grossi che grandi, più ambiziosi che potenti, e circondati da concorrenti che hanno la fame e la grinta degli ex poveri. La Cina, oggi l’unico Paese che può perseguire in proprio una strategia di espansione economica e politica che ha bisogno più di satelliti che di alleati. Ma anche l’India, il Brasile, alcuni Paesi africani, la Turchia. E poi, sia pure in termini assai più morbidi, l’Unione Europea, forse il Giappone ora governato dal Partito democratico dopo sessant’anni di dominio del centro-destra.
Tanti, troppi fronti per potenze vere (gli Usa) o presunte (la Russia), ma che comunque hanno un mare di problemi interni con cui fare i conti. Per Obama e Medvedev la vera urgenza nei rapporti bilaterali era chiudere il maggior numero possibile di questioni in sospeso. Il nuovo Trattato Start era una di queste. E’ un accordo, non è il disarmo nucleare che Obama sogna e persegue. Ma se aiuterà Usa e Russia a dialogare di più anche su questioni di valore simbolico inferiore ma di impatto pratico superiore, avrà già fatto più del suo dovere.
Pubblicato su Avvenire del 28 marzo 2010
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2010, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
Log in- Posts - Add New - Powered by WordPress - Designed by Gabfire Themes
Recent Comments