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ORSI ATTENTI, ANCHE QUI LA CINA E’ VICINA

Come ampiamente detto e scritto, anche qui, sempre meno gente nel mondo crede che il riscaldamento globale e il mutamento climatico siano una prospettiva reale. Qualcuno che ancora ci crede, però, c’è. Sono i dirigenti della Cina.  Sì, gli stessi che hanno affondato la Conferenza di Copenhagen. Dal 1994 il Governo di Pechino ha organizzato 26 spedizioni e stabilito 3 stazioni di ricerca nell’Antartico. E dal 1995 ha condotto 4 spedizioni (1995, 1999, 2003 e 2008, con una quinta prevista per l’estate 2010) e costruito una stazione (nell’arcipelago delle Svalbard, nel 2004) nell’Artico.

Orsipolari

E’ l’Artico, però, il vero oggetto dell’interesse della Cina. Che proprio per esplorarlo al meglio prima ha comprato (1994) dall’Ucraina il

Festeggiamenti sulla banchina prima della partenza del rompighiaccio Xue Long.

Festeggiamenti sulla banchina prima della partenza del rompighiaccio Xue Long.

rompighiaccio Xue Long (Dragone di neve), lungo 163 metri, il più grande rompighiaccio non nucleare al mondo. E poi (2009) ha deciso di costruirsene uno in proprio, al costo di 300 milioni di dollari, che dovrebbe essere pronto nel 2013. Il tutto perché gli scienziati cinesi sono convinti che di questo passo, un giorno non lontano (più o meno tra il 2015 e il 2030), l’Oceano artico potrebbe essere navigabile, almeno nei mesi estivi, a causa del mutamento climatico che scioglie i ghiacci. E se così fosse, si aprirebbero partite politiche ed economiche imprevedibili, ma che i cinesi vogliono giocarsi al meglio.

La Cina non fa parte del Consiglio per l’Artico, composto invece da Canada, Danimarca, Usa, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda e Russia, che nel 2008 si sono solennemente impegnati a “risolvere con le trattative il dibattito sui reciproci interessi”. E infatti cerca di non ostentare il proprio interesse, per non allarmare tutti quegli altri Paesi. Sono molte, però, le istituzioni “scientifiche” che in Cina si interessano alla sorte del mare freddo per eccellenza, e lo fa notare fin nei particolari il Rapporto preparato sul tema dal Sipri di Stoccolma.

L’interesse cinese per la sorte dei ghiacci artici è di natura quasi solo

La riduzione della banchisa dell'Artico tra il 1979 e il 2003. La rilevazione fotografica dal satellite è dell'Osservatorio Terra della Nasa.

La riduzione della banchisa dell'Artico tra il 1979 (foto sopra) e il 2003 (sotto). La rilevazione dal satellite è dell'Osservatorio Terra della Nasa.

economica. In primo luogo, riguarda le rotte del commercio. Le esportazioni, anche dopo la crisi globale, sono una voce decisiva nella formazione del Prodotto interno lordo cinese. E secondo alcune statistiche, più del 40% di quel Pil dipende dalle spedizioni via mare. I ricercatori del Sipri portano un esempio molto efficace: la rotta via da Shangai (Cina) ad Amburgo (Germania) passando per il Mare del Nord è di 6.400 chilometri più corta di quella che corre lungo lo Stretto di Malacca e il Canale di Suez, e i costi assicurativi (a causa dei pirati che infestano i mari asiatici) sono molto inferiori. Un’unica incognita, non da poco: proprio lo scioglimento dei ghiacci potrebbe moltiplicare il numero degli iceberg e dei lastroni vaganti, rendendo più pericolosa la rotta via Nord.

Un’eventuale apertura dell’Artico alla navigazione commerciale renderebbe possibile, o almeno immaginabile, lo sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche conservate dall’oceano freddo (a quel punto, forse, ex freddo). Il Servizio Geologico degli Stati Uniti stima che l’Artico conservi il 30% delle riserve di gas non ancora esplorate e il 13% di quelle di petrolio. E poi nickel, carbone, rame, tuingsteno, zinco, oro, diamanti, manganese, cromo e titanio in quantità da stabilire. La Cina, come si sa, ha fame e sete di energia per sostenere lo sviluppo economico, quindi sarebbe più che disposta a gettarsi nell’avventura. Non potrebbe però farlo da sola: ha capitali in abbondanza, ma la tecnologia e l’esperienza per cercare gas o petrolio in acque profonde ce l’hanno solo i Paesi occidentali.

MareArtico

Si scatenerebbero così inediti scenari politici. Per esempio: quattrini cinesi, tecnologia italiana e sponde russe. Proprio la Russia, nel 2009, ha chiesto le licenze per lo sviluppo di 30 siti petroliferei in acque artiche di fronte alle proprie coste, pur sapendo di non avere i mezzi per completare i lavori. Fino a oggi solo due Paesi del Consiglio per l’Artico, Canada e Norvegia, hanno avviato colloqui ufficiali con la Cina. Ma se i cinesi sono quelli che abbiamo imparato a conoscere, verrà presto il giorno in cui anche gli altri cominceranno a preoccuparsi.

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