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EUROPA, SEMPRE MEGLIO NASCERE RICCHI

Non è l’epoca più florida per la Gran Bretagna, e chi la governa se ne preoccupa. Per questo Harriet Harman, ministro per la Donne e l’Uguaglianza, ha messo sotto il National Equality Panel (Gruppo di Studio Nazionale per le Pari Opportunità) che dopo 16 mesi di lavoro, e sotto la guida del professor John Hills (docente della prestigiosa London School of Economics) ha prodotto una relazione di 46o pagine dai toni piuttosto agghiaccianti.

Hills e i suoi esperti hanno infatti scoperto che, dopo vent’anni di thatcherismo (che doveva liberare le energie migliori del mercato) e quasi altrettanti di blairismo (che doveva conservare gli esiti migliori del thatcherismo), ciò che più di ogni altra cosa conta, nella Gran Bretagna di oggi, è … nascere in una buona famiglia.

Una vecchia foto di studenti del prestigioso college inglese di Eton.

Una vecchia foto di studenti del prestigioso college inglese di Eton.

Nel periodo 2007-2008, dicono i dati, il Paese ha raggiunto il maggior dislivello tra ricchi e poveri dai tempi della seconda guerra mondiale. Il 10% più ricco della popolazione, negli anni della piena attività lavorativa, possiede beni e finanze in misura 100 volte superiore al 10% più povero: 853.000 sterline contro 8.800 (pari a 10.079 euro). divario che si allarga con il passare degli anni, visto che alla soglia della pensione (64 anni) lo stesso 10% più ricco arriva ad accumulare beni per 2,2 milioni di sterline mentre il 10% più povero è addirittura sceso a 8.000 sterline.

E poi, altro che pari opportunità. Il rapporto (intitolato Anatomia delle disuguaglianze economiche nel Regno Unito) non fa che mettere in risalto che il tessuto sociale inglese è pieno di buchi. Le donne: riescono meglio a scuola e e hanno voti più alti all’università ma sul lavoro il loro salario è in media del 21% inferiore a quello degli uomini. Gli immigrati: a parità di qualifica professionale, un africano o un pakistano guadagnano il 20% meno di un bianco. Le periferie: nelle zone più degradate la paga, a parità di mansione, è del 40% inferiore a quella che si può ottenere nelle aree più ordinate. Diversità che ti fanno pure campare meno, visto che dopo i 50 anni il tasso di mortalità del 20% più povero della popolazione è il doppio di quello del 20% più ricco.

Così, al professor Hills non è rimasto che concludere quanto segue: “Il futuro lavorativo ed economico delle persone nell’età adulta dipende in larga misura dalle loro origini famigliari”. Questo problema (per quelli che ancora considerano un eccesso di disuguaglianze un problema) è peraltro comune a quasi tutta la comunità dei Paesi industrializzati. Per misurarne l’entità viene usato il “coefficiente di Gini”, dal nome dello scienziato italiano (Corrado Gini, 1884-1965) che ne perfezionò la formula statistica. Detto in poche e sommarie parole, il coefficiente definisce in 0 la perfetta uguaglianza, le pari opportunità per tutti, e in 1 la massima disuguaglianza (ad avere 1 sarebbe un Paese dove una sola persona possiede tutto e tutti gli altri niente).

Una mappa mondiale delle disuguaglianze misurata con il "coefficiente di Gini". In rosso le zone del mondo dove la disuguaglianza è più pronunciata (fonte: Cia World Report 2009).

Una mappa mondiale delle disuguaglianze misurate con il "coefficiente di Gini". In rosso (e tonalità affini) le zone del mondo dove le disuguaglianze sociali sono più pronunciate (fonte: Cia World Report 2009).

Se uno studia le apposite tabelle dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), scopre che il fenomeno inglese è assai comune. In Italia il coefficiente di Gini era di 0,31 a metà degli anni Settanta ed è di 0,35 oggi; in Germania, da 0,25 a 0,30; in Finlandia da 0,23 a 0,27; nella Repubblica Ceca da 0,23 a 0,27; in Norvegia da 0,23 a 0,28; negli Usa da 0,32 a 0,38. Due sole eccezioni di rilievo: la Francia, scesa da 0,31 a 0,28, e la Spagna, scesa da 0,37 a 0,32. La prima passata da governi socialisti a governi di centro-destra, la seconda invece passata da governi di centro-destra a governi socialisti.

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