L’aspetto più interessante della già interessante (per le intese siglate, per la qualità delle delegazioni) visita del premier Berlusconi in Israele è questa: gli uni e gli altri dicono cose che non avranno la minima conseguenza, e lo sanno. Prendiamo le dichiarazioni del Cavaliere, abile come sempre: “E’ giunto il momento che Israele e la Siria agiscano insieme per la pace e in questo contesto le alture del Golan dovranno essere restituite (alla Siria, n.d.r), così che possano essere ristabilite relazioni diplomatiche”. Roba forte, no? E ancora: “Non si potrà mai convincere i palestinesi della buona fede di Israele, se Israele continuerà a edificare su territori che dovrebbero essere restituiti nel quadro di un accordo di pace”.

Silvio Berlusconi (a sinistra) accolto da Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele.
Per molto meno di così, Barack Obama è stato scomunicato dalla destra ebraica. Per quel che vale: ogni volta che mi è capitato di scrivere opinioni di questo tenore, mi sono sempre arrivate lettere piene d’insulti dei soliti che sono più sionisti dei sionisti. Berlusconi, invece, è considerato (a ragione) un grande amico d’Israele. Vale, ovviamente, anche il contrario. Il Cavaliere è un grande amico e alleato del colonnello Gheddafi che nel settembre scorso, all’Unione africana, davanti a 20 capi di Stato del continente, disse che “Israele alimenta le crisi in Darfur, nel Sud del Sudan e in Ciad”, per aggiungere: “E’ Israele che alimenta le guerre per sfruttare le ricchezze di quelle aree. Via le ambasciate israeliane dall’Africa”. Da Gerusalemme dissero, con ragione, che “Gheddafi è un circo ambulante”, il che non impedisce loro di abbracciare e baciare il Cavaliere, che con Gheddafi fa pure affari.
Ancora. Berlusconi a Gerusalemme ha ribadito che non si può permettere che “delle armi nucleari possano essere possedute dall’Iran, i cui leader affermano pubblicamente di voler distruggere Israele e negano il genocidio nazista… La tragedia degli ebrei d’Europa non comincia con l’invasione della Polonia ma con il cedimento delle democrazia occidentali a Monaco, comincia con lo spirito di Monaco che prometteva pace per il nostro tempo…”. D’accordo. Approssimazioni storiche a parte (Saddam era come Hitler, Ahmadinejad è come Hitler…), il Cavaliere dovrebbe però spiegarci perché, essendo giunto a questa conclusione, è ancora saldamente in affari con l’Iran, con un interscambio commerciale che nel 2008 è stato superiore ai 6 miliardi di euro, con un passivo per l’Italia di 1,75 miliardi di euro dovuto in gran parte al precipotoso (in quei tempi) aumento del prezzo del petrolio.

Mahmud Ahmadinejad, presidente dell'Iran, in uniforme nazista.
E’ vero che dal 2005, cioè da quando Mahmud Ahmadinejad ha preso il potere, le nostre grandi aziende statali hanno diminuito l’impegno in Iran. Ma è altrettanto vero che ancora nel 2003 veniva firmato un accordo per fornire all’Iran il suo primo satellite artificiale e formare il personale tecnico aerospaziale. E in quell’anno gli ayatollah c’erano già, se non sbaglio. D’altra parte, se avessero dato retta agli “analisti” e agli “esperti” israeliani, oltre che ai gruppi di pressione sparsi per il mondo, gli Usa avrebbero bombardato gli impianti nucleari iraniani già tre o quattro anni fa, perché la bomba atomica era già pronta, anzi stava per essere lanciata, forse era già in volo. Avremmo così avuto un’altra bella paccata di morti (e non solo in Iran) e non avremmo avuto le rivolte popolari degli iraniani né un leader come Mussavi che dice, come aspettavamo, che “la rivoluzione islamica ha fallito i suoi obiettivi”. Altro che baggianate sullo “spirito di Monaco”.
Morale della favola: alla fin fine è un gran raccontarsi balle reciproche. Sapendo che ognuno perseguirà i propri legittimi interessi nazionali e che a tirare le redini di certe questioni saranno sempre i soliti. Gli Usa tra gli amici di Israele, la Cina tra quelli dell’Iran. Gli altri ballano se sono invitati.
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