Le dimissioni di Flavio Delbono, sindaco di Bologna, a pochi mesi da quelle di Piero Marrazzo, governatore del Lazio, sono una cosa buona e giusta. I due non sono stati (ancora) condannati per alcun reato ma il loro addio ci avvicina agli usi e costumi delle democrazie anglosassoni, non a caso più antiche, dignitose ed efficienti della nostra. E ristabilisce quel minimo senso della dignità del ruolo e della funzione pubblica che un altro bolognese doc, l’ex sindaco Giorgio Guazzaloca (fu in carica dal 1999 al 2004), collocabile ovunque tranne che a sinistra, ha perfettamente sintetizzato in un’intervista a Repubblica dicendo: “Sembra che per i politici oggi valga un solo limite, quello penale. Ma al di sotto di quello va tutto bene? L’etica di un amministratore ha limiti ben più stretti del codice. La politica non si fa con la morale ma neanche senza”.
Flavio Delbono, ex sindaco di Bologna.
Detto questo, resta da stabilire perché questa percezione del limite debba appartenere a una sola parte d’Italia, in questo periodo storico: la cosiddetta “sinistra”. E’ più che chiaro, infatti, che se le dimissioni di Marrazzo e Delbono sono state naturali e dovute, ancor più naturali e dovute sarebbero state ben altri dimissioni. E non parlo di Lui, di Papi, che è peraltro il caso più clamoroso: non tanto per la faccenda vera o presunta delle escort e compagnia bella ma perché in alcuni processi è pur stato condannato in primo grado, anche se successive leggi sono intervenute in suo favore. E comunque, essere indagati per aver (forse) corrotto un giudice (Papi) non è un po’ peggio che essere indagati per aver pagato (forse) qualche viaggio a un’amante (Delbono)?

Piero Marrazzo, ex governatore del Lazio.
Ma tutta la storia del centrodestra è segnata da un’assenza quasi totale di dimissioni. A memoria ricordo solo un caso: l’addio al Governo del ministro dell’Interno Claudio Scajola, nel 2002, dopo la bufera destata dalle polemiche sulla mancata protezione del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Br, e dalle parole del ministro stesso, secondo il quale Biagi era “un rompicoglioni che voleva rinnovare il contratto di consulenza”. Oggi Biagi, citato a ogni piè sospinto, è sempre morto e Scajola è sempre ministro.
Ma di Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia eletto da una coalizione di centrodestra e oggi senatore della Repubblica in conto Udc, condannato a sette anni di reclusione per favoreggiamento con l’aggravante di avere agevolato la mafia e violazione del segreto istruttorio, che cosa vogliamo dire? E di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia, coordinatore del Popolo delle libertà in Campania, per il quale la Procura di Napoli ha chiesto l’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa? E’ certo innocente ma se Delbono e Marrazzo si sono dimessi, lui che dovrebbe fare?
Di fronte a questa disparità di comportamento, i finti “super partes” (per dire, dalle parti del Corriere della Sera) cavillano e i veri faziosi esultano perché si dissolve la pretesa “superiorità morale” della sinistra. E’ un’ossessione tutta loro. Chiunque abbia conosciuto un comunista vero, in carne e ossa, questa “superiorità” non l’ha mai riconosciuta: i “compagni” dei miei tempi magari non rubavano e non andavano a donne ma erano intolleranti, mentivano in nome del Partito, sapevano essere violenti e facevano cose che con la morale (che non sta solo nel denaro e nel sesso) avevano nulla a che fare.
Ma il punto vero è un altro. Giubilando per il “siamo tutti uguali” di craxiana memoria, si giubila per il peggio. Si fa festa perché siamo tutti un po’ puttanieri, un po’ corrotti, un po’ bugiardi. Sarà umano, anzi è umano di sicuro. Ma non si dovrebbe ambire al meglio?
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