DROGA E CORRUZIONE, A VOI L’AFGHANISTAN

Come vive l’Afghanistan? Per metà spacciando droga ed estorcendo tangenti. Per l’altra metà cercando di sfuggire ai signori della droga e di pagare meno “pizzo” possibile. Forse è un’immagine a effetto, ma è quella che esce dal rapporto La corruzione in Afghanistan nel racconto delle vittime, elaborato dall’Ufficio dell’Onu contro la Droga e il Crimine diretto dall’italiano Antonio Maria Costa. Da cui appunto scopriamo che nel 2009 al 50% degli afgani è toccato pagare almeno una tangente a poliziotti o pubblici ufficiali. In totale, una spesa  in bustarelle di 2.500 milioni di dollari, pari al 25,2% del Prodotto interno lordo. Se poi pensiamo che il traffico di oppio ha generato profitti per 2.800 milioni, l’impatto complessivo di droga e corruzione equivale a metà della ricchezza generale del Paese.

AfghanistanCorr

E’ un bilancio tristissimo, a quasi otto anni dall’attacco che liberò il Paese dal regime dei talebani. Per la gente del posto, che si conferma la prima carnefice di se stessa: pretendere una tangente di 160 dollari (questa la media dei pagamenti illeciti) da persone che, secondo le statistiche, hanno un reddito medio di 425 dollari l’anno, in un Paese in cui la speranza di vita alla nascita è di 44,5 anni, è poco meno di un omicidio a sangue freddo. E per tutte le nazioni che nel riscatto dell’Afghanistan hanno finora investito vite umane e mezzi: dopo tanti sacrifici, il cittadino afgano medio risulta assai più ferito dall’avidità di poliziotti e burocrati (59%) che preoccupato per l’offensiva della guerriglia (54%), che pure riesce a colpire persino nel centro di Kabul. E fin troppo spesso (54%) crede che Ong e organizzazioni internazionali, che hanno avuto decine di vittime, restino nel Paese “solo per arricchirsi”.

In questa duplice, e si spera provvisoria, sconfitta (degli afgani rispetto a se stessi, di noi rispetto a loro) trova concreta rappresentazione la riflessione che negli ultimi anni tormenta tutti coloro che hanno davvero a cuore le sorti del Paese. La vittoria militare e la liberazione da un regime oscurantista e crudele non hanno aperto la strada a una vera comunicazione tra due mondi agli antipodi: l’Occidente tecnologicamente avanzato, ricco e democratico, e l’Asia delle montagne isolate e delle campagne povere che ancora marcia a piedi o a dorso d’asino.

Dando per scontata la nostra superiorità militare, ecco la vera battaglia da vincere: farci capire, raccontarci al di là dei miti velenosi della ricchezza, della comodità, della potenza. Da questo punto di vista non arriverà mai troppo presto il momento per ridimensionare certe idee sul ruolo dell’islam, religione che negli ultimi decenni ci ha presentato fin troppe volte il proprio volto più aggressivo ma che resta, anche per Paesi come l’Afghanistan, una “conquista” piuttosto recente. Sotto, alla base anche dei fenomeni che oggi ci angosciano, ci sono altre e più profonde strutture: lo scarso valore dell’individuo, la prevalenza del clan e della tribù, l’idea del potere come luogo del privilegio e non come ufficio del servizio (o, al limite, di una professione), la spettrale fragilità dell’idea di “cosa pubblica”. Non a caso l’Afghanistan, dopo otto anni di presenza occidentale, mostra gli stessi sintomi del più disastrato dei Paesi dell’Africa o dell’Asia. E’ di questo che bisogna rendersi conto, è su quel livello che bisogna operare con umiltà, disincanto e una certa dose di astuzia. Il 28 gennaio i grandi leader si incontreranno a Londra per parlare di Afghanistan. E se per una volta facessero parlare qualcun altro, per esempio uno dei contadini afgani taglieggiati dalla polizia, e loro provassero ad ascoltare?

Pubblicato su Avvenire del 20 gennaio 2010

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Fulvio Scaglione

Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore del settimanale "Famiglia Cristiana", di cui nel 2010 ho anche varato l'edizione on-line. Sono stato corrispondente da Mosca, ho seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l'Afghanistan, l'Iraq e i temi del Medio Oriente. Ho pubblicato i seguenti libri: "Bye Bye Baghdad" (Fratelli Frilli Editori, 2003) e "La Russia è tornata" (Boroli Editore, 2005), "I cristiani e il Medio Oriente" (Edizioni San Paolo, 2008), "Il patto con il diavolo" (Rizzoli 2017).

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