A furia di discettare sullo scontro tra le civiltà che mettono il velo e quelle che indossano la minigonna, ci è passato sotto il naso lo scontro tra le nazionali che viaggiano in pullman e quelle che prendono l’aereo. Non sembri un modo irriverente per affrontare il dramma della squadra di calcio del Togo, caduta in un agguato dei ribelli separatisti di Cabinda (un’enclave dell’Angola, ricca di petrolio) che hanno ucciso tre membri della delegazione sportiva, provocando poi il ritiro della squadra dalla Coppa d’Africa. Pochi eventi come questo, però, ci ricordano che le angosce fondamentali della nostra epoca non stanno solo nel modo in cui si pensa (o si prega) ma anche nelle condizioni in cui si vive. In altre parole, nel fatto che la popolazione del pianeta è sempre più divisa: da un lato quelli che vanno, veloci, al passo della modernità e dello sviluppo; dall’altro quelli che restano indietro, al ritmo lento e pericoloso del sottosviluppo.

Prendiamo Emmanuel Adebayor, centravanti, stella della nazionale del Togo ma anche del Manchester City dopo esserlo stato dell’Arsenal. Se fosse stato impegnato in un qualunque torneo in Europa (la Coppa Uefa o la FA Cup inglese, per non dire la Champions League) avrebbe viaggiato in prima classe, circondato dagli agi e dai lussi ritenuti normali per i campioni dello sport professionistico. In Africa, nella sua terra, durante un torneo continentale, ha rischiato la vita. Due mondi in un solo calciatore. E molti altri come lui, anche se in maniera meno cruenta. Murad Meghni della Lazio e Abdel Khader Ghezzal del Siena saranno impegnati per l’Algeria, che è arrivata alla fase finale della Coppa d’Africa dopo aver eliminato l’Egitto in uno spareggio che ha provocato guerriglia nelle strade e dichiarazioni infuocate delle rispettive diplomazie.
La politica, e anche il terrorismo, hanno cercato spesso di saltare sul carro mediatico dello sport contemporaneo, dai palestinesi assassini delle Olimpiadi di Monaco 1972 alle civili proteste a favore del Tibet di Pechino 2008. Ma le scintille provocate dalle due velocità dello sviluppo incendiano fenomeni anche più importanti del pallone e dello sport tutto: per esempio le migrazioni di massa, che ormai coinvolgono un abitante del pianeta ogni 30. Il Rapporto sullo Sviluppo Umano 2009offre dati precisi: il solo fatto di arrivare in Europa vale, per un migrante africano, un incremento del reddito di 15 volte e un calo della mortalità infantile di 16 volte. Non è difficile capire perché cercano in ogni modo di sbarcare da noi. O, per fare un altro esempio, il trasferimento dei migliori “cervelli” e delle più solide professionalità verso altri Paesi. In altri casi, primo fra tutti l’Asia, le migliorate condizioni politiche ed economiche hanno trasformato quel processo in un vantaggio, perché le menti e i professionisti sono tornati in patria. Ma questo non accade all’Africa, che ogni anno perde 70 mila persone preparate, attratte dalle nostre università e dai programmi di “immigrazione qualificata” di Paesi come Canada, Australia, Germania, Usa. Proprio come i vari Adebayor, Drogba, Etòo, i fuoriclasse del pallone.
Armonizzare, o almeno rendere meno distanti, le due velocità del pianeta è l’imperativo del secolo. Certi segnali, per esempio le difficoltà che incontra il piano Onu per la riduzione della povertà (mancano 35 miliardi di dollari l’anno e 20 miliardi l’anno per l’Africa), paiono giustificare un certo pessimismo. Ma da quell’imperativo dipendono le vite di milioni di persone e parte delle nostre speranze di conservare l’attuale livello di benessere.
Pubblicato su Avvenire del 12 gennaio 2009
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