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OBAMA, NULLA (O QUASI) IN MEDIO ORIENTE

Qualche testa (alla Cia) forse sarà tagliata, qualche bomba (sullo Yemen) forse sarà sganciata. Resta l’impressione che il Barack Obama pieno di grinta, quasi di furore, degli ultimi tempi sia un Presidente impegnato soprattutto a rassicurare l’opinione pubblica interna, più che lo stratega impegnato a rispondere a una minaccia. Non è il caso di scomodare i sondaggi non più entusiasmanti o la figura tragicamente non esaltante dei servizi segreti americani, che in brevissimo tempo si sono lasciati sfuggire un attentatore segnalato persino dal padre e hanno perso sette uomini in Afghanistan. Si tratta, semplicemente, del preciso dovere dell’uomo che siede alla Casa Bianca ed è leader politico e militare (è comandante in capo dell’esercito) allo stesso tempo: nessun Presidente resterebbe a lungo in carica se desse ai suoi l’impressione di non essere deciso e pronto a tutto per la difesa del Paese.

     

Un ritratto di Barack Obama in una strada del Cairo (Egitto).

Un ritratto di Barack Obama in una strada del Cairo (Egitto).

      Il problema vero degli Usa (e trattandosi di terrorismo internazionale, per conseguenza, di tutto il resto del mondo) è che Obama promette agli americani l’unica cosa che in realtà ha già fatto. Ha spostato decine di migliaia di soldati in più in Afghanistan. Ha in parte ridotto, e comunque riformato, la presenza delle truppe in Iraq. Due settimane fa (il 18 dicembre) ha mandato la sua intelligence a cooperare con i bombardamenti che l’aviazione dello Yemen ha condotto sui covi di Al Qaeda. Davvero non c’è molto altro che Barack Obama possa fare dal punto di vista militare.

      A questo punto, quello che davvero servirebbe, a lui e a tutti noi, per compiere un salto di qualità, sarebbe una seria, articolata e innovativa iniziativa politica per il Medio Oriente. O almeno capire se Obama e la sua amministrazione siano in grado di produrne una. Il Presidente era partito bene con il discorso del Cairo al mondo islamico, un gesto pieno di suggestioni e di prospettive interessanti. Poi, appunto, è stato tutto un ragionare anche intelligente di truppe, e basta.

      In Afghanistan la rielezione di Karzai è avvenuta con evidente dispetto degli Usa, che di lui non si fidano. In Iraq la situazione ristagna: non tanto perché il terrorismo è stato compresso ma non eliminato (impresa al momento impossibile) ma perché nessun progresso è stato fatto proprio sul terreno politico, con gli sciiti a dominare lo Stato centrale, i curdi padroni in modo autonomo del Nord, i sunniti a barcamenarsi sotto la protezione del patto siglato a suo tempo con il generale Petraeus, lo status di Kirkuk e dei suoi giacimenti di petrolio ancora incerto perché il più volte annunciato referendum non si può fare per timore di una guerra civile. Qual è poi la posizione della Casa Bianca sull’Iran? Condannare la repressione non è una “posizione”, al più un atto dovuto. E tra israeliani e palestinesi? Che cos’ha concluso, Obama, dalle parti di Gerusalemme, dove Netanjahu vuole un governo di unità nazionale e Abu Mazen medita di non partecipare nemmeno alle elezioni di gennaio?

      Focalizzare l’attenzione degli americani sullo Yemen e su covi del terrore già tenuti d’occhio e colpiti, è un ottimo stratagemma politico. Promettere maggior coordinamento tra i diversi servizi segreti è un gesto di buon senso. Molto altro non c’è, però. E l’azione del nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab ha fatto assai più che rivelare una falla nel sistema di protezione dal terrorismo: ha mostrato un’insidiosa inerzia politica della Casa Bianca, quasi un vuoto d’idee, proprio nei confronti della parte di mondo più inquieta e imprevedibile. Se Obama è il politico svelto e astuto che sembra, lo vedremo presto correre ai ripari.

Pubblicato su Avvenire del 3 gennaio 2010

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