Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone
Il discorso con cui Barack Obama ha accettato il premio Nobel per la Pace è motivo di consolazione per coloro che cominciavano a provare delusione per il suo operato e di sprone per coloro consideravano già notevoli i risultati del suo primo anno scarso di presidenza, primi fra tutti gli accademici di Svezia che lo hanno appunto gratificato di tanto premio.

Il presidente Barack Obama con la moglie Michelle all'arrivo a Oslo.
Obama ha detto in Norvegia tutte le cose “giuste”, cioè: sia quelle che ci si poteva aspettare vista l’occasione, sia quelle che era lecito sperare da un leader illuminato. Professioni di modestia a parte, nel discorso Obama ha citato Gandhi e Martin Luther King, ma non ha rinnegato la guerra in Afghanistan dopo l’orrore dell’11 settembre 2001. Apposta o per caso, ha parafrasato la dottrina sulla guerra come espressa nel Catechismo della Chiesa cattolica (“”Una guerra è giustificata solo quando rispetta alcune precondizioni: se è l’ultima risorsa rimasta o è autodifesa, se l’uso della forza è proporzionato e se, per quanto possibile, i civili sono risparmiati”). Non ha deluso gli americani e con prudenza ha girato intorno alla guerra in Iraq, organizzata da George Bush a base di balle e invenzioni ma appoggiata per anni da un gran numero di elettori.
Tutto bene? Sì. E no. Temo infatti che il ritratto di un’America potente ma rispettosa delle regole, coraggiosa e vigorosa ma ben decisa a contenersi nei limiti della guerra giusta (o “giustificata”), vogliosa di pace ma pronta ad assumersi le proprie responsabilità, come auspicato dalle parole del Presidente, sia destinato a restare sulla carta. Non perché si tratta degli Usa ma perché si tratta di una superpotenza. Dubito molto che nella storia si sia mai avuta una superpotenza che abbia saputo rinunciare agli interessi per gli ideali, e che non sia prosperata, finché le condizioni interne di salute economica e politica l’hanno consentito, proprio attraverso la pratica della guerra, intesa non come reazione a una prepotenza ma come affermazione della propria potenza.
Da Alessandro il Macedone alla Roma dei Cesari, dalle nazioni islamiche all’impero dei franchi, sù sù fino all’Unione Sovietica passando per l’impero austro-ungarico e la Germania hitleriana, le potenze sono cresciute combattendo. Gli stessi Stati Uniti d’America sono diventati ciò che sono anche soccorrendo a pagamento la Gran Bretagna assediata da Hitler e incassando poi il tornaconto politico dell’intervento (decisivo) militare contro il fascismo italiano, il nazismo hitleriano, il nazionalismo (a sua volta imperialista) del Giappone.
Per restare agli Usa, anche il secondo dopoguerra è ricco di esempi. Mi fanno sempre venire il nervoso gli antiamericani nevrotici e forzati (genere Harold Pinter, commediografo e premio Nobel per la Letteratura nel 2005: “L’amministrazione americana è un animale selvaggio e sanguinario. Le bombe sono le uniche parole che sa usare”), ma la lezione della storia è piuttosto chiara. Nel 1953 l’intervento contro la nascente democrazia del regime di Mossadeq in Iran, a favore del tiranno Reza Pahlavi. Stessa cosa e stesso anno per il Guatemala, consegnato ai militari. Haiti nel 1959, con il dittatore Duvalier difeso armi in pugno dai marines. La Repubblica dominicana nel 1960-1966 (con il dittatore di destra Trujillo, a suo tempo insediato da Washington, abbattuto dagli americani stessi per insediarne uno “migliore”), l’Indonesia nel 1965, per arrivare più vicini ai nostri giorni con Grenada, il Nicaragua, Panama e l’Iraq di Bush.
Ho saltato appositamente la guerra di Corea e quella del Vietnam (su cui il giudizio dev’essere infinitamente più complesso e sfumato) e mi sono limitato agli interventi che in alcun modo potrebbero rientrare nel quadro ideale e politico delineato da Obama a Stoccolma. Tutto questo vuol dire che gli americani sono più cattivi degli altri? No, affatto: potremmo dire cose analoghe, e anche peggiori, per l’Urss o l’impero romano. Però una superpotenza si conserva tale anche attraverso un’adeguata manutenzione, che tra i suoi mezzi considera e adopera anche la guerra. Nessuno sarà più felice di me se Obama, oltre alle qualità che già gli conosciamo, sarà addirittura capace di invertire questo trend storico. Se non ci riuscirà, almeno non facciamogliene una colpa.
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2009, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
Log in- Posts - Add New - Powered by WordPress - Designed by Gabfire Themes
Recent Comments