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COME NON CAPIRE UN TUBO DI SILVIO BERLUSCONI E VIVERE FELICI E CONTENTI

Gli inglesi sono gente seria. Di una serietà, però, un po’ rigida, tetragona, innamorata di se stessa. Da qui il rispetto esagerato per le tradizioni, l’iterazione implacabile di usi e costumi, la convinzione un po’ isolana che ciò che va bene da loro vada bene ovunque e per chiunque. Anche l’Economist, il settimanale di economia e politica pubblicato a Londra, è un giornale serio. Ma lo è alla maniera, appunto, in cui lo sono i suoi primi lettori, gli inglesi.

     

I diversi interventi dell'Economist sulla carriera politica di Silvio Berlusconi.

I diversi interventi dell'Economist sulla carriera politica di Silvio Berlusconi.

      Così mi è venuto da ridere quando ho visto in bella fila, sulla Repubblica, gli interventi (copertine e altro) che l’Economist in questi anni ha fatto per criticare Berlusconi. Un collega mi ha mandato una mail per dire: perché non la smettono, porta sfiga. Il succo infatti è questo: ogni volta che l’Economist è intervenuto per dire che il Cavaliere è un premier che fa paura e forse anche ridere, Berlusconi non solo ha proseguito la marcia ma è ripartito con lena e vigore politici anche maggiori.

L'ultimo intervento dell'Economist: per Silvio sarebbe arrivato il momento di dire "addio" alla politica.

L'ultimo intervento dell'Economist: per Silvio sarebbe arrivato il momento di dire "addio" alla politica.

      Tutto ciò lascia aperte due ipotesi: oltre Manica non capiscono nulla di politica; oppure, gli italiani sono dei fessi che si lasciano abbindolare. Diamo per scontato che nell’ormai lunghissima  cavalcata politica di Silvio Berlusconi abbiano giocato un ruolo (modestissimo) anche quei due fattori, e che ancor più abbia contato la sua personale abilità. Resta però evidente una cosa: c’è un equivoco politico che i fan del Cavaliere astutamente contribuiscono ad alimentare ma che confonde le idee un po’ a tutti.

      Nel gennaio 1994, quando annuncia la “discesa in campo”, Berlusconi non si presenta agli italiani come un portatore di novità ma, al contrario, come un portatore di stabilità e continuità. Le inchieste di Tangentopoli e Mani Pulite hanno appena cancellato dalla politica una classe dirigente quasi al completo e interi partiti (la Dc, il Psi), e i grandi nomi che hanno governato l’Italia frequentano ormai più le aule dei tribunali che quella del Parlamento. Ad accrescere la sensazione di incertezza e smarrimento contribuisce un altro fatto: nel 1993, a seguito di un referendum, viene abrogata la legge elettorale di tipo proporzionale ch’era in vigore dal 1946. Si passa al sistema maggioritario, fatto apposta per rafforzare la coalizione chiamata a governare.

      Quando chiede per la prima volta i voti degli italiani (e ne ottiene subito tanti: Forza Italia raccoglie nel 1994 il 21% dei consensi, Berlusconi diventa primo ministro), il Cavaliere lo fa presentandosi come il baluardo della Nazione (vedi anche il nome del partito) contro il pericolo dello sfondamento a sinistra. I “comunisti” (anzi: i COMUNISTI!) sono il suo bersaglio, la borghesia moderata e impaurita il suo obiettivo. Questo dato di fatto, a dispetto delle parole e della propaganda, non è mai cambiato: non a caso l’apice delle sue fortune politiche, almeno dal punto di vista elettorale, arriva nel 2008 dopo il secondo Governo Prodi, che aveva dovuto puntare le sue possibilità di sopravvivenza sul coinvolgimento, poi rivelatosi disastroso, della sinistra radicale.

      Berlusconi non è un modernizzatore, e basterebbe guardare i programmi della sue televisioni per capirlo. E non è nemmeno un riformista: l’uomo che si vanta di aver governato più a lungo di chiunque altro nella storia moderna d’Italia, anche più di De Gasperi, ha partorito poche e stente riforme. Difficile credere che chiunque altro sarebbe riuscito a far meno di lui, anche perché la riforma che mi pare di maggior lungimiranza e impatto, quella del sistema previdenziale, fu realizzata da un leghista, il ministro del Welfare Roberto Maroni, nel 2003. Berlusconi, poi, è stato di totale fallimento proprio con la madre di tutte le riforme, la riforma che gli stessi berlusconiani hanno sempre definito fondamentale e decisiva: la riduzione dell’imposizione fiscale. Berlusconi la promette dal 2001 ma gli italiani, dopo tutti gli anni dei suoi Governi, pagano molte più tasse di allora.

      Anche l’attuale Governo, che sulla parola d’ordine delle riforme ha insistito molto dopo la “stagnazione” del Governo Prodi, di riformista ha ben poco. In economia, d’accordo, a causa della crisi. Ma per il resto? I soldati per strada, nonostante che le statistiche descrivano da anni il calo della criminalità, sarebbe una riforma? Quella della Giustizia, tagliata su misura sulle esigenze (non sempre illegittime) del premier mentre nel Sud le Procure non hanno neanche la carta per le fotocopie, sarebbe una riforma? Bene la legge sullo stalking in difesa delle donne, ma definire “riforma” un provvedimento che in quasi tutti gli altri Paesi è in vigore da tempo… La scuola? Sì, è una riforma, di cui dobbiamo però ancora capire bene gli effetti. Forse il fronte più riformista è quello aperto dal ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, perché prevede pure una certa modernizzazione tecnologica del sistema. Per ora, però, si parla soprattutto di tornelli e di certificati di malattia, il resto arriverà.

      Nel Paese, intanto, cresce la xenofobia (il razzismo?). Le grandi opere non partono. Il territorio è abbandonato a se stesso e agli speculatori, da Messina a Ischia. La criminalità organizzata è forte come sempre e lancia i suoi ricatti, come Berlusconi sa bene, ai massimi livelli dei poteri dello Stato. Il divario tra Nord e Sud aumenta ogni giorno. Il Parlamento, già ridotto a leggificio per conto del Governo, è arrivato a chiudere per dieci giorni per mancanza di lavoro. Ci vuole coraggio a parlare di riformismo.

      L’ingenuo, o lo straniero come i giornalisti dell’Economist, a questo punto pensa e scrive che gli italiani sono scontenti e quindi Berlusconi dovrebbe piantarla con la politica. Errore, grosso errore. Per due ragioni: molti italiani sono scontenti, è ovvio. Ma gli scontenti, almeno per ora, non hanno o non vedono un’alternativa credibile. Contestano Berlusconi ma non sanno dove appendere il cappello della protesta. Votano altrove per un atto di fede, nella speranza che qualcosa prima o poi succeda.

      Anche i berlusconiani votano il Cavaliere per un atto di fede e perché credono che non ci sia alternativa. Alcuni, non saprei quanti, sarebbero magari disponibili a votare altri (che so, quel centro moderato su cui tanto si filosofeggia). Molti di loro, però, votano Berlusconi proprio perché son contenti così: un popolo anticomunista (benché i comunisti non esistano più), più o meno xenofobo, non preoccupato da uno Stato vagamente repressivo, corporativo e incline a compiacere le categorie più potenti, impegnato in un’eterna gara di furbizia per prendere il più possibile dallo Stato e dare il meno possibile (vedi fisco), con la tendenza a chiudersi in se stesso, campanilista e vittimista, trova in Berlusconi il leader perfetto. E infatti se lo tiene caro. Una cosa il Cavaliere l’ha sempre avuta chiara in mente: la parte più cospicua dell’elettorato italiano è borghese, conservatore e di destra. Soddisfarla è la missione che Berlusconi si è dato e che compie con inesorabile puntualità. Altro che riforme.

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