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OBAMA, PIU’ PROMESSE CHE CAMBIAMENTO

Ieri Barack Obama ha promesso una decisione sull’Afghanistan. Dicono le anticipazioni che il contingente Usa sarà accresciuto di 30-35 soldati. Per arrivarci ci sono voluti mesi di discussioni. E mentre Obama trattava con i suoi sempre più imbufaliti generali, in Afghanistan succedeva quanto segue: rielezione di Hamid Karzai, un presidente-capo clan di cui la Casa Bianca palesemente non si fida e di cui gli afghani diffidano, visto che l’ha votato meno del 50% degli elettori; crescita costante dei caduti (siamo ormai a 481 per il 2009, di cui 297 americani; erano stati 295 in tutto nel 2008); corruzione rampante, con addirittura due ministri in carica da ieri latitanti e ricercati dall’Interpol. Il tutto mentre la popolarità di Obama in patria è ormai scesa nei sondaggi sotto il 50%, con l’inconcludenza afghana a far da motore dello scontento.


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      E’ presto, troppo presto, per parlare di Obama come della grande speranza delusa (come era presto anche per dargli il Nobel per la pace), ma bisogna onestamente ammettere che qualche indizio c’è. Facciamo gli ottimisti e mettiamola così: è un momentaccio. Partiamo proprio dalla pace e dalla zona del mondo in cui essa è a rischio da un secolo: la Palestina. Obama era partito con grande slancio, sembrava l’uomo giusto per far metter giudizio ai palestinesi e abbassare le pretese degli israeliani. Ecco a che punto siamo: il “congelamento” degli insediamenti israeliani, che con ogni evidenza è la base per qualunque trattativa e che lo stesso Obama aveva chiesto, è stato dimenticato e il premier Netanyahu ne ha prontamente approfittato per autorizzare la costruzione di 900 nuovi appartamenti a Gerusalemme Est. Prospettive? Nessuna. Si andrà avanti così fino alla prossima crisi.

      Dell’Afghanistan si è detto: si muore e si ruba sempre di più. Però Obama ne parla da mesi. Ne parla e basta. E dell’ambiente, che vogliamo dire? Nel libro Blueprint for Change  (Progetto per il cambiamento), il programma del Partito democratico che fece da base alla sua campagna elettorale, il futuro Presidente diceva a chiare lettere che il riscaldamento globale è un pericolo reale collegato alle attività umane sulla Terra e che il primo provvedimento da prendere è una drastica riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, con un altrettanto drastico aumento degli investimenti sulle energie alternative. Solo propaganda? Saremo ingenerosi ma vien da pensarlo, considerato che l’unico esito concreto del suo recente viaggio in Asia è stato di affossare qualunque prospettiva della conferenza internazionale sul clima convocata a Copenhagen per i primi di dicembre.

      Non butta troppo bene, per l’ex Presidente più amato del mondo, nemmeno sul fronte dei diritti umani. Molti si aspettavano che rivolgesse una parola forte ai dirigenti cinesi, gli autocrati del Paese più popoloso del mondo, e che magari si spendesse un pochino a favore del Tibet o degli uiguri, alcuni dei quali fucilati proprio poco prima della sua visita a Pechino. Anche qui, poco da segnalare: il solito, retorico incontro con gli studenti, una breve predica sul fatto che internet non dev’essere sottoposta a censura. Nemmeno un sospiro sui dissidenti cacciati in galera perché non potessero protestare in favore di telecamera.

     Alla fine della campagna elettorale del 2008, qualcuno aveva usato uno speciale programma per analizzare la parole più usate nei suoi comizi. Due spiccavano su tutte: promise (promessa) e change (cambiamento). Di questo passo, finiremo col credere che in lui c’era più promessa che cambiamento. A meno che la colpa non sia nostra: troppa voglia di un’altra America, troppa fiducia, troppo entusiasmo. La realtà del governo è dura per tutti, figuriamoci per uno a cui Bush ha lasciato in eredità due guerre non vinte e la più grave crisi economica dell’ultimo secolo. Avremmo dovuto saperlo: simpatici o no, i presidenti sono dei politici, mica dei santi.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo   del 25 novembre 2009

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