Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone
Temo che i sostenitori più ingenui e appassionati di Barack Obama stiano vivendo ore difficili. Si aspettavano che le cantasse chiare alla gerarchia che governa la Cina e l’hanno visto fare comunella con gli ultimi autocrati comunisti per mandare a monte qualunque ipotesi di accordo globale sull’inquinamento da carburanti fossili in vista della Conferenza di Copenhagen. Erano convinti che in Asia avrebbe speso parole di fuoco sui diritti civili ed eccolo stringere la mano ai generali della Birmania, golpisti, sanguinari, corrotti e carcerieri della coraggiosa Aung San Suu Kyi, laureata del premio Nobel per la pace e venerata come un’icona dagli spiriti democratici.

I delusi da Obama hanno ragione e torto al tempo stesso. Ma più torto che ragione. Fin dal principio di questa presidenza, accolta con un sorriso planetario privo di precedenti, ho cercato sommessamente di avvertire che Obama non era il Presidente del mondo ma “solo” il Presidente degli Usa. Per dire che, arrivato alla Casa Bianca con i cocci dell’éra Bush da smaltire e una crisi economica enorme da risolvere, avrebbe avuto in mente soprattutto gli interessi di coloro che lo avevano mandato a Washington: i cittadini americani. Non l’inquinamento, la pace nel mondo, i diritti di miliardi di asiatici, ma il portafoglio di 307.212.123 americani.
La situazione in cui questi americani oggi si trovano è la seguente: il 10,2% della forza lavoro è disoccupata, il 12% della popolazione vive sotto la soglia della povertà e il 10% più benestante della popolazione dispone del 30% della ricchezza nazionale. Non lo dico io, lo dice il sito della Cia. Il debito federale è pari a circa il 70% del Prodotto interno lordo, come dire che una persona che possiede 100 lire ha debiti per 70. E il debito estero americano, a fine 2008, era pari a 13 mila miliardi di dollari.

La "mappa" del debito estero Usa.
Gli Stati Uniti sono una nazione forte e potente, con istinti di spaventosa vitalità. Sono ancora, e torneranno ancor più essere, la nazione guida del mondo. Ma non si può chiedere al loro Presidente di occuparsi prima del mondo che della propria patria. Nei grandi pasticci internazionali gli Stati Uniti si sono buttati quando in essi hanno visto una minaccia al proprio territorio, ai propri interessi vitali o alla propria convenienza. Qualche volta miscelando a essi l’amore per la libertà, e noi europei lo sappiamo bene. Qualche altra volta fregandosene altamente della libertà altrui. Sempre tenendo ben presente il tornaconto finale dei propri cittadini.
Non è cinismo. Tutti i Governi operano così. E quelli che non lo fanno sono rapidamente sconfessati laddove si vota e più o meno rapidamente scacciati laddove votare non è previsto. Oggi l’apparato industriale degli Usa è il secondo più grande inquinatore del mondo. Brucia il 20,2% dei carburanti fossili (5,9 miliardi di tonnellate) che ogni giorno si trasformano in fumi, preceduto solo da quello cinese (20,6% e 6 miliardi di tonnellate). Questo dato ci dice due cose, collegate tra loro: l’industria americana, a dispetto della potenza nazionale, è dal punto di vista tecnologico meno avanzata di quanto si sia soliti credere, altrimenti sarebbe di molto meno pestilenziale di quella cinese; impegnarsi a ridurre le emissioni di gas a effetto serra comporterebbe spese enormi, l’impiego di quattrini che in questo periodo lo Stato americano (che ha già riversato 800 miliardi di dollari nel sostegno all’economia) non sa dove trovare. Se proprio deve imporre sacrifici, il Presidente preferisce spenderli per la riforma del sistema sanitario (900 miliardi di dollari in 10 anni), che farà campare meglio milioni di americani i quali, chissà, domani potrebbero votare per lui. Per cui: bye bye alla Conferenza di Copenhagen e bye bye a un altro pezzetto del mito di SuperObama.
Mi chiamo Fulvio Scaglione, sono nato nel 1957, sono vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell'edizione online del giornale. © 2009, ↑ Fulvio Scaglione – Giornalista
Log in- Posts - Add New - Powered by WordPress - Designed by Gabfire Themes
fabio cangiotti
17 November 2009 at 10:33
Caro Fulvio, Obama è realista e pragmatico, come gli impone il ruolo, i suoi mitizzatori purtroppo no. Sul clima però quasi mi rallegro del fallimento di Copenaghen, perché temo più i fumi dell’ideologia che quelli dell’industria. Insomma la faccenda del global warming provocato dalle attività antropiche non trova d’accordo quasi la metà della comunità scientifica. Però le industrie per combattere l’effetto serra dovrebbero diventare meno competitive, il che significa che a rimetterci sarebbe l’economia, l’occupazione, ecc. E’ chiaro che Usa e Cina formalmente fingeranno di aderire, tenendo poi bassissimo il livello dell’accordo. Comunque altra cosa è combattere l’inquinamento (sacrosanta lotta), altro è darsela a salvatori del mondo (volate basso cari ambientalisti, se volete essere credibili).
A presto.