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OBAMA IN ASIA: USA E CINA AMICI PER FORZA

Certo, il tour asiatico di Barack Obama, presidente che ama viaggiare, offre molti spunti interessanti. Il Giappone, dove il Partito democratico è arrivato al potere dopo cinquant’anni anche grazie a una campagna elettorale non proprio benevola nei confronti degli Usa. La Corea del Sud, in prima linea rispetto ai maneggi atomici della Corea del Nord del tiranno Kim Jong Il. La piccola e ricca Singapore, centro di porti e di commerci, simbolo eloquente di un’Asia affacciata sul Pacifico che alla Casa Bianca più indebitata di sempre (il deficit commerciale Usa, a settembre, era salito al 18,5%, pari a 36,5 miliardi di dollari) chiede di mostrarsi all’altezza della tradizione liberista americana.

      UsaCina

      Era però chiaro fin dalla partenza che l’approdo più importante per Obama era la Cina e l’incontro con una classe dirigente, quella regnante a Pechino, che non deve fare i conti con sondaggi d’opinione, parlamenti riottosi e rovesci elettorali ma è comunque impegnata a trascinare nell’economia moderna e globale il Paese più popoloso e isolazionista del mondo. La crisi planetaria ha curiosamente avvicinato le politiche di Usa e Cina: sia Washington sia Pechino (585 miliardi di dollari in due anni) hanno varato imponenti programmi statali di sostegno e stimolo all’economia. I risultati non si somigliano molto. Gli Usa mostrano segni di miglioramento ma non riescono a risolvere il problema disoccupazione (10,2%). La Cina punta quest’anno a una crescita superiore all’8%, notevole data la situazione, e nel frattempo registra cambiamenti strutturali che si faranno sentire in futuro: l’export è calato del 22% ma ha conquistato fette di mercato in settori strategici; la piccola e media impresa cinese, quasi sempre privata, già oggi vale metà del gettito fiscale, due terzi delle esportazioni e tre quarti dei nuovi posti di lavoro.

      La potenza della Cina, insomma, non conta più solo sul lavoro a basso prezzo e privo di garanzie. E la sua trasformazione economica si accompagna a un’espansione politica che la vede ormai protagonista nel mondo, dall’Africa della corsa alle materie prime all’Asia preoccupata per la bomba di una Corea del Nord sempre più vassalla di Pechino.  Obama, leader di un Paese abituato a trascinare gli altri, non può ignorare la realtà. E infatti sulla Cina lo abbiamo sempre visto prudente, restio a esporsi, quasi cinico nell’evitare occasioni di scontro con un Paese che è naturalmente e inevitabilmente rivale degli Usa nel commercio, così come la Russia lo è nelle politiche energetiche.

      Oggi molti chiedono che Obama dica ai dirigenti cinesi una parola forte sui diritti umani, sui dissidenti che sono stati spediti in galera anche prima di questa visita di Stato. Il presidente Usa, in certo modo, ha risposto quando dal Giappone ha detto che la crescita economica della Cina è un bene per tutti. Di sicuro lo è per gli Usa, visto che quasi il 27% del debito pubblico americano è “coperto” dall’acquisto di titoli da parte di investitori istituzionali della Cina continentale e di Hong Kong. E’ pur vero che anche i cinesi, avendo investito così tanto in buoni del Tesoro Usa, sono costretti a sperare il meglio per le sorti dell’economia americana. Ma pare difficile che, in un gemellaggio tra titani, qualcuno trovi il coraggio di mettere a rischio un equilibrio così precario solo per amore dell’ideale democratico. Avrà questa forza Obama? L’uomo potrebbe anche averla. Del Presidente è lecito dubitare, almeno finché ogni sua parola di protesta potrà trasformarsi in operai americani disoccupati.

Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 15 novembre 2009

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