Nelle stesse ore in cui Silvio Berlusconi regolava la polemica con il ministro Tremonti (tagliamo l’Irap o no? Lo facciamo vicepremier o no?), Francesco Rutelli annunciava (o confermava) l’intenzione di aprirsi una strada politica fuori dal Pd. Non sono un politologo, forse mi sbaglio, ma vedo un nesso tra i due eventi, anche se il primo pare confinato alle dialettiche interne del Governo e il secondo a quelle del principale partito d’opposizione.
A Rutelli, è ovvio, un Pd schiacciato sulla maggioranza ex-Ds e pronto a ritentare la strada delle larghe alleanza a sinistra, non può che star stretto. Di spazio, per lui, in un partito simile, ce n’è poco. Ma non è solo questo, e forse sarebbe anche meschino pensarlo. Rutelli considera il bipolarismo all’italiana un esperimento fallito, da superare con la costruzione di una forza di centro dall’indole molto trasversale, aperta ai contributi più diversi ma con l’asse orientato verso le sensibilità del mondo cattolico. Inevitabile, quindi, l’incontro con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, che si muove da tempo in quest’ottica, e con la Rosa Bianca di Savino Pezzotta.

Francesco Rutelli
Sull’analisi, poco da dire. Il bipartitismo in Italia non funziona, e non funziona perché da noi non ha funzionato granché nemmeno il bipolarismo. Sommo esempio l’ultimo Governo guidato da Romano Prodi, silurato in pari misura da Mastella e da Turigliatto, cioè dalla destra girovaga come dalla sinistra estrema. Se gente come questa non riesce a stare in maniera decente e costruttiva in una coalizione, come si può pretendere che poi possa convivere in un solo partito?
Ho però la sensazione che anche in questo campo si facciano i conti senza l’oste, che è sempre Silvio Berlusconi. Non per caso l’esempio di una mancata convivenza viene sempre da sinistra, si tratti delle difficoltà di Prodi o delle inquietudini di Rutelli. A destra, in apparenza, nulla si muove. In realtà, molto si muove ma senza apprezzabili conseguenze. Anche lì i segnali di un bipartitismo in crisi sono numerosi. Intanto le palesi ambizioni della Lega Nord, che punta a sfondare pur sapendo di poterlo fare solo a spese dell’alleato PdL. I conseguenti (e sempre più palesi) malumori nel PdL. I progetti di partiti del Sud o, addirittura, di PdL del Sud, che paiono fatti apposta per frammentare il “partitone” berlusconiano. La stessa polemica sulla politica economica ha rivelato che dentro il PdL ci sono non due linee ma due partiti diversi, non a caso ribattezzati “partito del rigore” e “partito della spesa”, e che ciò di cui si parla non è la semplice sostituzione di un ministro, anche se di grandissimo peso come Tremonti, ma un radicale cambio di linea politica.
E’ qui che entra in campo l’oste Berlusconi e i mal di pancia di Rutelli e Tremonti s’incontrano. Berlusconi è l’unico e decisivo elemento che impedisce alla destra di avere le stesse difficoltà della sinistra, pur soffrendo della stessa malattia. Berlusconi è l’elemento unificatore che a sinistra manca. Abilità e carisma, d’accordo. Ma anche un’immagine di uomo estraneo ai partiti che lo tramuta, agli occhi degli elettori, in una personalità super partes, capace di conciliare gli opposti e di riportare i litiganti all’interno di un progetto unitario. Berlusconi è per la destra, ma all’ennesima potenza, ciò che Prodi fu per il primo Ulivo, che non a caso vinse affidandosi a un uomo estraneo alla rete dei partiti. Il Cavaliere, insomma, è un mega Professore.
Vorrei notare, di passaggio, che questo discorso vale anche per i cattolici in politica. I cattolici non inquadrati nel PdL discutono, soffrono, si dividono. Quelli del PdL sono tranquillissimi e sostengono la linea del partito con estrema convinzione. Mai un dubbio, mai un sospetto. Cominceranno ad averli quando si farà avanti la nuova formazione politica di centro immaginata da Rutelli? Forse sì, forse no. Il modesto esito elettorale della Rosa Bianca spinge a propendere per la seconda ipotesi. Poi c’è l’Udc, che sceglie l’autonomia in ambito nazionale per allearsi con l’uno o con l’altro, secondo convenienza e/o concomitanza ideale, in ambito locale. Tutto questo porta me a concludere quanto segue:
1. finché Berlusconi sarà in sella, a destra non si muoverà nulla;
2. se non si muove nulla a destra, i partiti di centro (vecchi e nuovi) potranno correre da soli (e restare nel limbo come l’Udc) o allearsi con la destra o con la sinistra;
3. se diventeranno alleati della destra (questa destra) rischieranno l’assorbimento nel PdL;
4. se si alleeranno con la sinistra, daranno vita a una sommatoria di voti che rischia di replicare al millimetro la situazione attuale del Pd.
C’è un’ulteriore ipotesi: il centro sfonda e prende una caterva di voti. Ma dove, se i cattolici di destra sono così contenti di stare con Berlusconi?
Italo
1 November 2009 at 15:11
In Italia l’opposizione esiste solo formalmente ma nella pratica é ben poca cosa. L’opposizione più irrequieta é rappresentata dal partito di Di Pietro, l’Italia dei Valori.
Di Rutelli e Casini si erano quasi perso le tracce. Ora si annuncia la nascita di una nuova forza, quella che guarda al centro. L’elemento che ha accelerato l’operazione é rappresentato dalla nomina a segretario del PD di Bersani, vista come svolta troppo a sinistra, come un ritorno al passato D’alemiano.
Rutelli e Casini riacquisteranno maggiore visibiltà.
Tutto questo mette in crisi il c.d. bipolarismo e contribuisce a rendere ancora più caotico il quadro politico italiano.
Staremo a vedere come evolverà la situazione.
Fulvio Scaglione
1 November 2009 at 18:18
Caro Italo,
giustamente: staremo a vedere. Squilli di tromba ne abbiamo sentiti molti, fatti ne abbiamo visti pochi. Penso che di evoluzioni o cambiamenti veri ne vedremo pochi, almeno fino a quando Berlusconi riuscirà a compattare le anime del centrodestra, non meno numerose di quelle del centrosinistra.
Ciao, a presto
Fulvio