Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

IRAQ 2: TUTTI VOGLIONO LA PACE MA I PROFUGHI NON LI VUOLE NESSUNO

In questi anni, i Paesi confinanti con l’Iraq hanno dovuto assorbire l’afflusso disordinato e massiccio  di una nuova popolazione che ha alterato le caratteristiche delle loro società. Oggi, in Giordania, vivono tra 500 e 700 mila iracheni, pari all’8% della popolazione totale. Questo in un Paese la cui popolazione è già formata per il 30% di palestinesi. L’arrivo degli iracheni ha dato impulso all’urbanizzazione della capitale Amman ma ha anche fatto crescere il tasso di disoccupazione e il costo della vita, generando così un diffuso rancore anti-iracheno nella popolazione locale. D’altra parte, secondo stime pubblicate dal Jordan Times già nel 2005, l’arrivo di molte migliaia di famiglie irachene benestanti, in fuga dalla guerra e dal terrorismo, ha riversato in Giordania capitali pari a 2 miliardi di dollari.

     

Iraq, la distribuzione dei rifugiati interni (fonte: "Un ponte per...").

Iraq, la distribuzione dei rifugiati interni (fonte: "Un ponte per...").

      Discorso simile si può fare con la Siria, dove la migrazione irachena (1,5 milioni di persone) oggi rappresenta il 6% della popolazione. La differenza è che la Siria, meno aperta all’Occidente di quanto sia la Giordania, ha forse attratto categorie di persone in generale meno abbienti e, in ogni caso, una percentuale assai maggiore di iracheni cristiani, essendo il Nord dell’Iraq (la regione che confine appunto con la Siria) l’area del Paese dove il cristianesimo è più diffuso.
      E’ inutile sottolineare (l’Ong “Un ponte per…”  ha pubblicato materiali molto completi in proposito) che la situazione di questi profughi è più che precaria. La paura di essere rimpatriati a forza regola la loro vita: per questo scelgono quasi sempre la clandestinità (niente visto né permesso di soggiorno) e con essa l’esclusione dal sistema scolastico e da quello sanitario. Questo avviene nei Paesi del Medio Oriente, investiti da un’ondata migratoria senza precedenti e certo non ricchi. Ma anche i Paesi occidentali mostrano di guardare ai profughi iracheni più con preoccupazione che con partecipazione. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha più volte espresso il proprio dissenso rispetto a politiche nazionali che, in seguito ad accordi stipulati con il Governo di Baghdad, prevedono il rimpatrio forzato degli iracheni, anche di quelli che abbiano fatto richiesta di asilo politico.
      In aprile, l’Unhcr aveva raccomandato di accogliere gli iracheni provenienti dalle regioni centrali del Paese, a causa del diffuso clima di insicurezza. Niente da fare: la Gran Bretagna ne ha rimpatriati a forza 44 (ma solo 10 sono stati accettati a Baghdad, gli altri sono stati riportati in Gran Bretagna), la Danimarca 38, la Svezia almeno 250. Molti la pensano come Immanuel III Delly, patriarca della Chiesa cattolica caldea: meglio così, il regime dei visti facili favorirebbe la fuga degli strati più qualificati della popolazione e darebbe il colpo di grazia a un Iraq cui guerra e terrorismo hanno già sottratto le energie migliori (vedi il post del 21 agosto “L’Iraq come lo vedono i cristiani”). E’ una tesi rispettabile e certo non priva di logica, nella sua “durezza”. Presuppone, peraltro, che il problema principale sia la sicurezza del Paese e che esso non sia ancora stato risolto. Il che, ancora una volta, dimostra quanto sia a esso collegata la questione dei profughi.

(2. fine)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>