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LAVORARE TUTTI, LAVORARE SEMPRE DI PIU’, ANCHE DA NONNI

“Una ricchezza, che si manifesta grazie all’esperienza, alla dedizione a famiglia e nipoti”. Carlo Sangalli, presidente della Camera di Commercio di Milano, ha così definito i nonni e il loro ruolo nella società. Ha tutte le ragioni per farlo, e vedremo perché. Io, però, non sono convinto che  dobbiamo rallegrarcene, e proverò a spiegare perché.

   

Un gruppo di anziani.

Un gruppo di anziani.

      Il “Centro Dondena” per le ricerche sulle dinamiche sociali dell’Università Bocconi di Milano ha da poco pubblicato una ricerca sugli “over 50” in Europa. Dallo studio risulta che i nonni italiani sono quelli che più spesso a più a lungo si occupano dei nipoti sotto i 13 anni d’età: un nonno italiano su due lo fa almeno una volta la settimana e uno su tre tutti i giorni, mentre in altri Paesi la quota è assai inferiore. In Francia, per non andare tanto lontano, un nonno su tre si prende cura dei nipoti almeno una volta la settimana. E non solo. Tutta Europa è accomunata dalla tendenza dei nonni ad aiutare i figli prendendosi cura dei nipoti soprattutto quando sono tra i 60 e i 70 anni, per poi ridurre drasticamente la collaborazione. Fanno eccezione solo Spagna, Grecia e Italia, appunto, dove i nonni tra i 70 e gli 80 anni d’età sono invece ancora molto attivi nella cura dei nipoti.
      Altra ricerca, quella appunto commentata da Sangalli, realizzata Camera di Commercio milanese. In Italia, gli imprenditori “over 70” sono ben 299 mila (il 26,9% è donna) e il loro numero è cresciuto del 4% negli ultimi cinque anni. Quasi 79 mila degli imprenditori ultrasettantenni sono titolari di ditte individuali; queste, in particolare, sono cresciute del 9,4% negli ultimi cinque anni. Interessante notare che gli imprenditori anziani sono impegnati soprattutto in agricoltura (67%), nel commercio (16,2%) e nelle attività manifatturiere (4,9%).
      Insomma, il quadro che ne deriva secondo me è più o meno questo: per come si è messa la società, ti piaccia o no, sei costretto a essere produttivo fino allo stremo e fino all’estremo. O lavori per la tua famiglia (quasi sempre per dare una mano a quei figli che vivono situazioni lavorative meno stabili e sicure di quanto servirebbe) o lavori per te stesso (ditte individuali) o lavori per la tua azienda. Comunque la giri, sempre di lavoro si tratta: il diritto a godersi quello che una volta si chiamava “meritato riposo” è in via di abolizione.
      Nipote di un nonno morto a 94 anni senza fare un sospiro mentre guardava il Giro d’Italia in Tv e figlio di un padre morto soffrendo a 56 anni, ho ben presente quale fortuna sia intanto arrivare alla vecchiaia, e poi viverla senza annoiarsi e sentendosi utile. Per questo Sangalli ha ragione. Qui, però, stiamo parlando di qualcosa in più: del lavoro come condizione perenne dell’esistenza. Forse è necessario, inevitabile. Forse è giusto ma non credo: che fine ha fatto il racconto biblico secondo cui la costrizione a lavorare (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”) è uno dei segni del tradimento dell’uomo e della sua cacciata dal Paradiso terrestre? Io, personalmente, sento quest’obbligo imposto dall’epoca moderna come una forma di violenza alla mia vita.

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2 Responses to LAVORARE TUTTI, LAVORARE SEMPRE DI PIU’, ANCHE DA NONNI

  1. Italo

    25 October 2009 at 12:34

    Le problematiche legate agli anziani sono innumerevoli. Vedere in loro una ricchezza per l’esperienza, la dedizione a famiglie e nipoti resta una opinione.
    Mi piace pensare ad un anziano vedendolo libero di decidere su cosa vuol fare dei pochi anni di vita che gli restano: se continuare a dedicarsi all’attività lavorativa, o aiutare i figli nelle loro problematiche, o prendersi un periodo di meritato riposo organizzando a suo piacimento il programma giornaliero.
    Purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, oggi non é così. La pensione non garantisce una dignitosa autonomia economica e quindi si cerca, se possibile, di arrotondare; si é quasi costretti a prestare assistenza ai nipoti (mentre dovrebbe essere una scelta, solo se uno lo sente dentro…)per l’assenza dei genitori sempre più dediti a lavorare, si é portati a fare qualcosa che non é sempre frutto di un proprio desiderio.
    Ho sempre ritenuto che i figli devono accudirli i genitori ma per fare questo bisogna che la società sia organizzata in modo tale da non costringere entrambi i genitori a lavorare per fare fronte ai bisogni giornalieri.
    In passato, facendo sacrifici, con lo stipendio di un solo genitore la famiglia riusciva a tirare avanti; oggi é dura anche se si lavora in due.
    La società si è sgretolata; nella maggioranza dei casi, ognuno pensa solo a se stesso, guarda al proprio orticello dimenticandosi del contesto in cui deve vivere, si sono persi tanti rapporti sociali; in molti ambienti si avverte una falsità diabolica, si mettono da parte i grandi valori cristiani pur di arrivare alla logica odierna che misura le persone in base al proprio patrimonio, in base alla proria disponibilità economica.

  2. Fulvio Scaglione

    25 October 2009 at 16:04

    Caro Italo,
    anche in un altro recente post tu metti l’accento su un certo “egoismo sociale” che si è diffuso a tutti i livelli. Sembrerò un vecchio dinosauro ma anch’io mi chiedo sempre più spesso se non abbiamo archiviato con troppo anticipo e troppo ottimismo la vecchia categoria marxista della “lotta di classe”. Non ho ovviamente nostalgie del comunismo ma mi sembra che le società dei Paesi sviluppati, sempre più complesse e frazionate, si ritrovino con frequenza crescente di fronte al dilemma di provvedimenti che fanno del bene a una certa categoria ma danneggiano gli interessi di un’altra. In mancanza di un “progetto” sociale capace di trascinare gli spiriti, gli egoismi si scatenano, anche per mere ragioni di sovravvivenza.
    Ciao, a presto

    Fulvio

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