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CARO WALESA, CHE BELLO RIVEDERTI!

Avevo incontrato Lech Walesa nel 1993 quando, presidente della Polonia, viveva a Varsavia tra gli stucchi e gli ori di Palazzo Belvedere. L’ho incontrato un’altra volta qualche giorno fa a Torino, nelle sale sabaude del Circolo dei Lettori, in una piccola via del centro a un passi da dove, vedi un po’, avevo abitato da ragazzo, ai tempi dell’Università.

      Mi ero portato qualche stampa delle foto di quell’incontro del 1993. E quando gli ho detto “Signor Presidente, il tempo è stato più clemente con Lei che con me”, il fondatore di Solidarnosc e premio Nobel per la Pace (1983) si è messo a ridere, gigione e contento. Forse avrebbe riso meno se gli avessi raccontato lo scambio di Sms che pochi minuti prima avevo avuto co la mia figlia più grande (26 anni). Lei: Ciao papà, io sto andando a Pavia. Io: Ciao, io invece sono a Torino, a intervistare Walesa. Lei: E chi sarebbe?

Il sottoscritto con Lech Walesa nel 1993, a Varsavia, Palazzo Belvedere, residenza ufficiale dei presidenti polacchi.

Il sottoscritto con Lech Walesa nel 1993, a Varsavia, Palazzo Belvedere, residenza ufficiale dei presidenti polacchi.

     

Il sottoscritto con Lech Walesa a Torino, Circolo dei Lettori, ottobre 2009.

Il sottoscritto con Lech Walesa a Torino, Circolo dei Lettori, ottobre 2009.

 

      Sic transit gloria mundi, d’accordo. Ma quando avevo vent’anni, a metà degli anni Settanta, e dopo essere uscito da un liceo classico di provincia serio ma anche tradizionalista, io più o meno sapevo chi erano stati De Gasperi, Togliatti, Adenauer, Tambroni, Stalin, Kennedy, insomma quelli che avevano costruito il mondo in cui mi trovavo a vivere. Ho le prove che questa incurante ignoranza del passato prossimo non è un problema solo di mia figlia, quindi non posso non chiedermi che cosa sia successo nel frattempo al discorso rivolto ai ragazzi da genitori, insegnanti, diciamo pure anche giornalisti e politici.

      In ogni caso ho trovato Walesa non solo invecchiato bene ma invecchiato meglio. Gli anni sono ancora pochi (66, è del 1943) ma l’uomo legato e quasi intimidito dal ruolo che mi aveva accolto allora ha lasciato spazio a un signore tutto sommato soddisfatto di sé e, mi è parso, ancor più soddisfatto di poter dire ciò che gli pare senza tante cautele o formalismi. Abbiamo parlato dei vent’anni ormai passati dalla caduta del Muro di Berlino che, lui ne è convinto, cominciò a cadere non il 9 novembre 1989 in Germania ma nel 1980 in Polonia, quando il regime comunista fu costretto a ingoiare la formazione del sindacato libero Solidarnos. E abbiamo parlato di quest’Europa che, dopo il Muro, ha ritrovato la propria dimensione, dalla Lituania al Portogallo, da Malta alla Finlandia, ma non ancora la propria coesione.

      E qui Walesa, l’elettricista dei cantieri navali, l’uomo delle lotte operaie, mi ha sorpreso. Prodotto interno lordo, statistiche sulla disoccupazione, potenza dei computer o numero dei carri armati sono, per lui, nevrosi che ci portiamo ancora appresso da quando le nazioni era sempre in gara tra loro per una o l’altra forma di supremazia. “Oggi ci manca una visione”, ha scandito più volte, ci manca la capacità di “vederci” in un mondo interconnesso in cui certe competizioni materiali non hanno più senso. Mi ha parlato di cambiare il modo di produrre, per non avvelenare del tutto il pianeta, e di città da ricostruire con criteri più amichevoli nei confronti delle persone. Di ideali da riorientare in modo più umano, con meno produzione di ricchezza e maggiore produzione di benessere.

      Non posso dire di aver capito fino in fondo il suo pensiero, né di essere del tutto convinto che il mondo nuovo che lui prospetta sia davvero edificabile. Anche se poi mi dico che deve averne incontrati molti, come me, ai tempi in cui andava parlando di un sindacato libero nella Polonia comunista della soggezione a Mosca e al Cremlino. In ogni caso, mi ha fatto molto, molto piacere incontrare un leader che non si è accartocciato nelle glorie pregresse, che mostra entusiasmo e allegria, che ci crede. Ormai di gente famosa ne ho incontrata tanta e non è che mi capiti troppo spesso, soprattutto quando si tratta di tornare sui propri passi, cioè di rivedere qualcuno visto tempo fa. E quindi, grazie Walesa. La mia felice esperienza con te non sarà mai citata su Wikipedia tra i tuoi meriti. Ma ua cosa posso prometterla: se mia figlia (quella che “E Walesa chi sarebbe?”) mi darà un nipotino/a, gli/le parlerò di te e gli/le spiegherò bene non solo chi sei stato ma chi sei ancora.

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